Vista dall'aereo rifugio della Certosa di San Martino, Napoli deve sembrare perfetta, ordinatissima, immacolata. Fu così nel 1656, quando il cardinale arcivescovo Ascanio Filomarino vi si rinchiuse fuggendo la città e la sua peste: dev'essere così oggi per la soprintendente Lorenza Mochi Onori, che sembra vivere (beata lei) in un'altra Napoli. Uno penserebbe che visti lo stato tragico in cui versa il patrimonio artistico monumentale napoletano, il momento drammatico attraversato dalla città, e la condizione miserabile delle finanze pubbliche la Soprintendenza decida di adottare uno stile sobrio ed essenziale. E invece no. La soprintendente parla ai media per comunicare che, in base ad un'indagine riflettografica, la cosiddetta Madonna del Divino Amore di Capodimonte non sarebbe più 'di scuola', ma andrebbe considerata un autografo di Raffaello. Ora, può darsi che le cose stiano davvero così: ma non si direbbe che il compito più urgente della soprintendenza di Napoli sia stirare verso la categoria del 'capolavoro assoluto' lo status dei quadri al sicuro nei suoi musei. Anche perché tra presunti Leonardi americani e improbabili Caravaggio spagnoli la macchina dello scoop figurativo affonda già fin troppo nel ridicolo. Ma tutto diventa chiaro quando la soprintendente annuncia che nella primavera dell'anno prossimo si terrà una mostra (anzi una «grande mostra») su Raffaello nelle collezioni di Capodimonte e il suo influsso a Napoli. Ecco dunque la vera priorità: la mostra, il Grande Evento, il cartellone della prossima stagione. Cosa importa se le chiese sono chiuse, i quadri muffiscono, e i marmi vengono rubati? Lasciamoci stregare dall'influsso di Raffaello su Napoli: chissà, magari farà pure sparire la monnezza.