«Troppa grazia, sant'Antonio...», mormora con l'ironia che lo caratterizza Andrea Carandini, grande archeologo e presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali. La «troppa grazia» è quella che sta per cadere sulle rovine di Pompei. Ai 105 milioni di euro di fondi europei veicolati sul ministero retto ora da Giancarlo Galan potrebbero aggiungersi altri 200 milioni che potrebbero arrivare da una cordata franco-napoletana. Dalla parte parigina si impegnerebbe la fondazione per lo sviluppo della Défense, di cui fa parte anche Jean Sarkozy, figlio del presidente francese. Dalla parte campana sta lavorando direttamente un consorzio di imprenditori che fa capo all'Unione industriali di Napoli. Non ci sono ancora indiscrezioni sui nomi degli imprenditori né delle ditte implicate. Chi ha partecipato alle riunioni a Parigi non parla ma si sussurra nei corridoi del ministero di nomi di grande richiamo. Nei giorni scorsi il capo di gabinetto del presidente della Regione Campania Stefano Caldoro ha tenuto un primo riservato vertice. Ma perché una fondazione francese su Pompei? Lo spiega Mario Resca, direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio al ministero per i Beni culturali: «La legge francese prevede un notevole vantaggio fiscale per quei privati che destinano denaro alla salvaguardia del patrimonio culturale, non solo in Francia ma nell'area europea. La detassazione arriva al 60». A differenza dell'Italia dove i privati che vogliano impiegare le proprie risorse per la stessa ragione si fermano al 19. Le imprese possono detassare il 100 ma in un momento di crisi come questo, non tutti possono compiere un'impresa del genere. Morale, nei giorni scorsi due esponenti del ministero (Marino Massimo De Caro, consigliere del ministro Galan, e Manuel Guido, strettissimo collaboratore di Resca) hanno raggiunto Parigi per un primo vertice. Non c'è ancora certezza sulla formula legale ma i soldi ci sono e l'aspetto più interessante è proprio l'asse Parigi-Napoli, quasi la ripetizione di antichi legami culturali tra le due capitali ex borboniche. Pompei è un «brand» internazionale e collaborare al ripristino di una sua parte (dati ministeriali: 65 ettari di superficie, di cui 45 scavati ma visitabili solo per un terzo, un complesso di 15 mila edifici tra principali e secondari) è sicuro motivo di prestigio. Ma dov'è la «troppa grazia» di cui parla Carandini? Semplice, Resca annuncia che l'asse franco-napoletano dovrebbe portare «non solo denaro ma anche aiuti tecnici, uomini e competenza come ha fatto la fondazione Packard a Ercolano con grande efficacia». Ma ad Ercolano, sottolineano negli uffici della tutela, non esisteva un piano di tutela. Invece per Pompei esiste da tempo il cosiddetto «piano Cecchi», dal nome di Roberto Cecchi, segretario generale del ministero, storico fautore della «manutenzione programmata». Cecchi ha messo a punto interventi da qui al 2015, approvati proprio dal Consiglio Superiore per i Beni Culturali. Avverte Carandini: «Inutile sovrapporre tecnici e competenze non italiani, bisogna seguire il piano Cecchi. Altrimenti Pompei non si restaura, ma la si trasforma in una Babele per la confusione che potrebbe nascere da iniziative benemerite ma parallele».
POMPEI - Il figlio di Sarkozy corre in aiuto di Pompei
Il ministero dei Beni culturali sta considerando un piano per restaurare le rovine di Pompei con un contributo di 105 milioni di euro provenienti dalla fondazione per lo sviluppo della Défense di Parigi. La fondazione, di cui fa parte Jean Sarkozy, figlio del presidente francese, potrebbe aggiungere altri 200 milioni di euro. Il piano prevede l'impiego di denaro e competenze francesi per la salvaguardia del patrimonio culturale. La legge francese prevede un vantaggio fiscale per i privati che destinano denaro alla stessa ragione. Il ministero italiano ha già un piano di tutela per Pompei, il piano Cecchi, che è stato approvato dal Consiglio Superiore per i Beni Culturali.
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