Un insolito viaggio (sotto)marino alla scoperta dei resti di navi e aerei nei fondali del Sud, da Napoli all'Adriatico A mano a mano che si guadagna il blu, quella sagoma nera lì in fondo si arricchisce di nuovi particolari: il castello di poppa (forse mezzo diroccato); o un boccaporto; magari la colonna ancora intatta con tanto di timone. Oppure uno squarcio allora risultato di polvere da sparo assemblata in forma di siluro e dunque esplosa che rivela intrichi di cavi e tubature e lamiere contorti, saldati da incrostazioni che sono ora diventati vita marina. L'immersione su un relitto tanti, decine e decine quelli sparsi sotto i mari nostrani è sicuramente la più emozionante che un un subacqueo possa fare. Un naviglio o un velivolo raccontano muti quel che sono ma soprattutto quel che sono stati: opera dell'ingegno ma anche strumenti che hanno inghiottito vite. Per questo ogni relitto è considerato un santuario sommerso. Fra Adriatico e Tirreno i siti sono numerosi, e immaginare un minitour sotto il pelo dell'acqua fra Puglia e Campania è possibile. Scegliendo mete alla portata delle maggior parte dei sub, quindi poco profonde e in tutta ricreazione; e alcune un po' più tecniche, magari da affrontare in miscela. Eppoi, settembre è forse il periodo migliore: meno barche a solcare i mari, meno gommoni sui siti, che vuol dire nessuna attesa ingabbiati nella muta sotto il solleone per il ricambio dei gruppi. Ma un'unica avvertenza, tassativa: mai da soli; rivolgetevi ai diving center i cui istruttori conoscono luoghi, segreti e tempi di permanenza sul fondo tanto da poter gestire l'immersione in tutta sicurezza. Prima tappa, l'Adriatico garibaldino. A Cala degli Inglesi (Tremiti) c'è un pezzo dei Mille: il piroscafo Lombardo (uno dei due, l'altro era il Piemonte) con il quale Garibaldi sbarcò a Marsala nel 1860. Identificato nel febbraio del 2005, è adagiato su un fondale a 30 metri di profondità (immersione tecnica, quindi fuori curva). Il naufragio avvenne 4 anni dopo la spedizione siciliana, tra il 2 e il 13 marzo mentre trasportava detenuti alla volta di Manfredonia. Si scende lungo la cima, fino ad arrivare sul relitto che presenta notevoli spunti fotografici. Tra i resti si distinguono una massiccia struttura, che molto probabilmente faceva parte dell'antica macchina a vapore, e il bilanciere della macchina stessa. Poco lontani l'argano con àncora e un ammasso di catena. Altro bel sito (a Torre Canne), è quello del Gulten Islamoglu, un cargo turco andato giù nel '94. Posato su un fondale di 40 metri, la parte più alta della nave risale fino ai 20 (e comunque attenti, attorno ai 30 metri, alla possibile insorgenza di sintomi da narcosi d'azoto, cui si può rimediare risalendo di qualche metro). Ammirerete argani, parte della tolda, lo scafo. A questo punto, se di navigli ne avete abbastanza, dedicatevi ad un aereo. È un Douglas Dakota C47 e si trova a Brindisi. Immersione in curva di sicurezza: 17 metri, su fondale di sabbia e posidonia. Dell'aereo si notano subito le due enormi ali argentee con uno dei carrelli estratti e la ruota in bell'evidenza, e l'altro ancora nel suo alloggiamento. Distante una ventina di metri verso nord, troviamo uno dei motori e, ancora più a nord, il secondo propulsore con le pale dell'elica ancora integre ( nella foto qui a sinistra). Manca completamente, invece, la fusoliera. In provincia di Lecce, località Casalabate, troverete invece l'Attilio Deffenu, adagiato a -33 metri. A prora il caos è totale: la prua giace piegata su un fianco, staccata dal resto dello scafo. Della nave si può ancora ammirare ciò che resta della plancia di comando, del fumaiolo e di un boccaporto che portava dentro alla stiva. Bello è il profilo ricurvo della stessa poppa, dove fa bella mostra il timone e una delle due eliche che fuoriesce dal fondale fangoso. Ultimo sito pugliese è quello del Tevfik Kaptan I, cargo turco affondato tre anni fa. Siete a Torre Vado ora, nel Leccese. La profondità massima di soli 22 metri è ideale anche per principianti. Le strutture sono abbastanza sicure, prive di lenze, reti e pericoli del genere (ma comunque attenti ai Denti di cane, le cui valve taglientissime potrebbero mettere a rischio le fruste degli erogatori). I pesci pelagici sono già accorsi intorno allo scafo. Banchi di castagnole, boghe, mennole e zerri sono sempre presenti; e anche le prime cernie dorate sono arrivate. Se invece preferite pinneggiare nel tratto di mare campano del Tirreno potete mettervi sulle tracce dell'«Olandese volante»; non è un pirata ma il nomignolo della Doris (Napoli, molo San Vincenzo), cargo (120 metri di acciaio) affondato nel '64. Discesa facile, fondo massimo a 24 metri. Posizionata sul fianco destro, offre suggestivi passaggi interni. È rimasta intatta dal castello fino allo specchio di poppa. Il relitto è habitat di numerose specie: saraghi, murene, gronchi e nudibranchi (con macchina fotografica andate a caccia della Vacchetta di mare). Numerosi anche gli spirografi e gli esemplari di Cerianthus. Sempre a Napoli altro tuffo vale l'Ashanti Palm (27 metri di profondità), nave a vapore colata a picco nel '62. Il relitto è diventato habitat per spirografi, aragoste e pesci San Pietro. In alcune stive è possibile notare parti del carico. Il nostro minitour potrebbe chiudersi con la visita a due relitti, ma è solo per tek diver con in spalla scorte di trimix. Parliamo del Miseno (Forio d'Ischia), un rimorchiatore collocato a 71 metri di profondità. La corrente è leggera e la visibilità buona. Infine, nel mare di Castellabate a 9 miglia da Punta Licosa c'è l'Alfieri, inabissatasi nel luglio del '43, colpita al fianco da due siluri. È a 55 metri di fondo, impegnativa. Il relitto, ancora integro con i suoi 120 metri di lunghezza, è diventato rifugio di Anthias e alici, dentici, ricciole e tonni. Le sue stive, che ancora ospitano parte del carico, adesso sono ritrovo di cernie e gronchi di notevole dimensione. Abbiate buon'aria... Patrizio Mannu 09 settembre 2010(ultima modifica: 10 settembre 2010)