UNA foratura in dirittura darrivo o quanto meno quando mancano pochi chilometri alla conclusione vittoriosa. Suggerisce questa metafora sportiva la guerra in corso sui tagli alla cultura che Cota combatte anche contro esponenti della sua stessa maggioranza, scompaginando la geometria delle alleanze e rischiando di consumare tutto nel rogo di una non meditata o meditata male corsa al rientro dalla spesa imposto da Roma. Perché se il provvedimento dovesse andare in porto, così come è stato congegnato, vanificherebbe lo sforzo che Torino ha fatto e con successo per ritagliarsi una collocazione più che meritevole nei circuiti culturali italiani e internazionali. Oltre, sintende, agli effetti in termini di perdita di posti di lavoro. Da 72 a 42 milioni è una riduzione secca che sembra anteporre laritmetica alla ragione. Forse è anche il rifiuto di trovare strade più percorribili, di usare la scure per recidere rami senza i quali lintera pianta rischia di morire. A segnalare il pericolo incombente non sono soltanto i responsabili degli enti culturali e i dipendenti che in essi vi lavorano. Cè anche Giancarlo Galan, ministro dei Beni Culturali di estrazione Pdl, ad accendere la luce rossa dallarme. «Torino è una delle città italiane che più ha puntato sulla cultura e i dati sono eclatanti, il 67 per cento di visitatori in più in 10 anni. Questo vuol dire che funziona», ha detto ieri nella sua visita torinese. Aggiungendo, semmai ve ne fosse stato bisogno, che «lesperienza di Torino è di esempio per tante altre città e per abolire quella norma contenuta nella manovra dello scorso anno che limita dell80 per cento, rispetto al bilancio precedente, la possibilità per enti territoriali e soggetti privati di destinare risorse a mostre e avvenimenti culturali dei Comuni patrocinati dal ministero». Proprio così. Il modello Torino ha dunque funzionato e può ancora funzionare. E allora? Era proprio necessario che fosse Galan, che pure fa bene a farlo, a dover ricordare che «chi pensa di ridurre la cultura non ha capito niente»? Evidentemente è così se ancora oggi cè chi non ha letto bene il percorso fatto da questa città negli ultimi venti anni, la trasformazione che, anche grazie agli investimenti nella cultura, le ha permesso con risultati ampiamente apprezzati di scrollarsi di dosso il suo anacronistico vestito di città industriale e spesso solo industriale. Un passaggio non facile verso una identità nuova e più moderna che ha aiutato in qualche misura a ridimensionare anche gli effetti della crisi economica della Fiat nel primo decennio di questo secolo cui ha fatto seguito quella più vasta di portata internazionale. Elio Vittorini diceva che la cultura è quella «forza umana che scopre nel mondo le esigenze di un mutamento e ne dà coscienza al mondo». Non vè alcun dubbio che a Torino, città con la quale lintellettuale siciliano ebbe qualche frequentazione per via della sua collaborazione con la casa editrice Einaudi, questa esigenza di mutamento è stata intercettata per tempo. E tanto basta per comprendere le ragioni della sensibilità con la quale oggi ci si oppone a una scelta che potrebbe soffocare lo sforzo che ancora si sta producendo per incoraggiare e sostenere questo cambiamento. È dunque in questa chiave che va letta la reazione di quanti si oppongono a tagli che minacciano di immiserire la cultura, riducendola a una routine amministrativa. Naturalmente il riferimento è a una cultura con la C maiuscola, per dire tutto quel patrimonio che ha titolo per essere sostenuto e che non va confuso con la miriade di iniziative verso la quale vengono dirottate per percorsi non tanto misteriosi mille rivoli di risorse. Lì il taglio è possibile e doveroso. È questa unoperazione chirurgica che nessuno ha voluto fare allepoca delle vacche grasse quando, al contrario, i finanziamenti a pioggia si sono moltiplicati diventando in non pochi casi «merce di scambio» elettorale. Persiste ancora una certa resistenza a mettere le mani in quel capitolo di spesa, a diradare la nebbia che avvolge come in un bozzolo protettivo una sottocultura che alla fine comporta una lievitazione dei costi e nessun beneficio che non sia quello a vantaggio del lord - si fa per dire - protettore di un collegio elettorale, di una città e spesso di piccoli paesi. E quando il gioco viene scoperto sinvoca la necessità dei tagli che per essere più credibili vengono fatti con la scure. Come se fosse possibile confondere lautoritratto di Leonardo con la grigliata di salsicce o qualche altra amenità più sofisticata ma non per questo meno inutile.
PIEMONTE - LA CULTURA AL TEMPO DELLA DESTRA
La guerra in corso sui tagli alla cultura è un esempio di come la politica possa consumare tutto nel rogo di una non meditata o meditata male corsa al rientro dalla spesa imposto da Roma. Il provvedimento che potrebbe andare in porto vanificherebbe lo sforzo che Torino ha fatto per ritagliarsi una collocazione più che meritevole nei circuiti culturali italiani e internazionali. I tagli alla cultura potrebbero soffocare lo sforzo che ancora si sta producendo per incoraggiare e sostenere il cambiamento culturale. La città di Torino è un esempio di come la cultura possa essere sostenuta e ha funzionato nel passato.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo