Nostro inviato Ragusa. Quella signora col bikini a fiori non ha la minima cognizione di dove sta facendo il bagno. In questo pomeriggio infuocato, gli schizzi e i lazzi del villaggio turistico in riva al mare proseguono come se nulla fosse. E in fondo forse è giusto così. Perché, mentre l'animatore col megafono annuncia il gioco-caffé e alcune decine di ospiti sonnecchiano sotto gli ombrelloni, l'ultimo dei pensieri è quello di sapere che su questa spiaggia - 2.600 anni fa, decennio più decennio meno - passò la Storia. Lo stesso incedere del tempo, lento e impietoso, che oggi rischia di far sbriciolare questa maestosa colonia greca. Siamo al confine fra i comuni di Ragusa e Santa Croce: Camarina, per le mappe ufficiali, o Kamarina se vogliamo usare il nome (oltre che del villaggio turistico) dell'insediamento greco dove oggi sorge il museo archeologico con annesso parco. Fra le rocce e l'acqua c'è un tesoro sottomarino con decine di relitti da cui sono stati recuperati elmi corinzi, un tesoro di cinquemila monete di sei imperatori e lingotti d'argento, sul promontorio sorge l'agorà con il tempio di Athena e necropoli con migliaia di tombe. E se si scavasse ancora (ma non ci sono più i soldi per farlo) chissà cosa si potrebbe ancora trovare. Il nostro sguardo si perde verso il mare. Che fu decisivo - assieme alla fertilità del promontorio e alla presenza di ben due fiumi - per convincere i Siracusani a fondare Camarina. Correva l'anno 598 a. C., ma oggi lo stesso mare da benigno è diventato maligno. E fa paura. Perché rischia di diventare il "cimitero" di questo sito meraviglioso. O almeno di una parte di esso. La cinta muraria e una torre del V secolo a.C. sono sul punto di cadere in acqua per la forte erosione costiera. E l'imputato numero uno - come continuano a sostenere le associazioni ambientaliste e i cittadini del comitato "Tutti per Kamarina" - è l'uomo. Che non ha previsto l'effetto collaterale dei lavori al molo del vicino porto di Scoglitti, prolungato per venire in contro alle esigenze dei pescatori. Quest'inverno c'è stata una soluzione-tampone: una parete artificiale, con grandi massi che bloccano il crollo della costa. Nel dettaglio l'intervento - disposto dal Genio civile in accordo con la Sovrintendenza - è consistito nella realizzazione di una "mantellata" che allontana il mare dal costone eroso, costituendo un "tessuto" adatto a comprimere la spinta dell'argilla e la creazione di un costone artificiale con massi di grandi dimensioni che hanno bloccato il crollo della falesia. Eppure il rischio crolli è tutt'altro che scongiurato. Come conferma Giovanni Di Stefano, direttore del Parco archeologico di Camarina: «Per adesso non ci sono pericoli imminenti di crollo della torre, ma quando riprenderà la stagione delle mareggiate il problema si riproporrà in tutta la sua gravità. Che non riguarda soltanto la parte del parco più vicina al costone, ma l'intera zona: dalla foce del fiume fino alla spiaggia del villaggio turistico». Qualche speranza arriva dai progetti dei Comuni di Ragusa (a cui spetta la salvaguardia di Camarina) e di Vittoria (competente per il porto di Scoglitti) che hanno dei fondi per un piano complessivo contro l'erosione dell'intera costa. «Abbiamo già ricevuto il sopralluogo di alcuni geologi - rivela Di Stefano - ma non conosciamo il dettaglio né l'entità degli interventi previsti». E dire che il direttore Di Stefano ha dato l'anima per Camarina. Da studioso, da archeologo protagonista di scavi, da funzionario della Sovrintendenza. E adesso proprio qui è tornato. Per recuperare una situazione che - al di là del rischio crolli - era disastrosa. Gli scavi erano abbandonati al degrado: recinzioni divelte, segnaletica sparpagliata, sentieri e monumenti invasi da zecche e erbacce, padiglioni dell'agorà in versione "cabriolet". Il parco era chiuso da quasi quattro anni, ma Di Stefano l'ha riaperto: «Il 14 maggio, per la "Notte dei musei", abbiamo fatto una festa emozionante e spontanea con 1.800 persone presenti. È stato riaperto anche il padiglione delle anfore, inaccessibile al pubblico da otto anni». I progetti sono ambiziosi: «Vorremmo fare rivivere una seconda giovinezza a questo sito: mostre temporanee, aperture notturne, coinvolgimento di scuole e terza età, corse di bus pubblici da e per Ragusa». I problemi sono sempre gli stessi: soldi e uomini. Budget ridotto alla canna del gas e 6 unità di personale (un custode, un dipendente dei Beni culturali e 4 ex contrattisti) per una struttura che stacca circa 15.000 ingressi l'anno. «Per la vigilanza stiamo coinvolgendo le associazioni di volontariato Anpana e carabinieri in pensione, non abbiamo soldi per le manutenzioni e dobbiamo ringraziare la Forestale e il Club Med che ci hanno aiutato». E speriamo che adesso anche la Storia, violentata dallo spumeggiare di queste onde minacciose, chiuda un occhio. 09072011