Cinque anni fa, da questa pagina, mi permettevo di proporre la valorizzazione di quello che avevo denominato Quadrilatero della cultura, prendendo a prestito il nome dal più famoso Quadrilatero della moda. Mi riferivo a quella parte di città racchiusa tra Foro Buonaparte, via Pontaccio, via Manzoni e via Dante, dove esiste una vera concentrazione di luoghi per la cultura»: cinque teatri (lo Strehler, lo Studio, il Grassi, il Filodrammatici, la Scala), tre musei (Brera, il Museo del Risorgimento, il Poldi Pezzoli) e varie gallerie d'arte. Se estendiamo appena il perimetro della zona, ecco un altro teatro auditorio (il Dal Verme). Sullo sfondo: il Castello Sforzesco e le sue collezioni. Ora, il Museo del Novecento, in piazza Duomo, accanto a Palazzo Reale. E, in un prossimo futuro, il grande museo di Banca Intesa in piazza Scala. Nessun'altra città non solo italiana vanta un tale addensamento di «spazi culturali» di altissima qualità in un'area così limitata da poterla percorrere a piedi in pochi minuti. Ha ragione Giangiacomo Schiavi, quando scrive dell'«opportunità di creare un'isola dell'arte e della cultura nel centro della città». Il progetto del Quadrilatero della cultura divenne quattro anni fa tema di un laboratorio degli studenti dell'ultimo anno della facoltà di Architettura del Politecnico, in collaborazione con il Piccolo Teatro, l'Accademia di Brera e il Corriere della Sera e i risultati progettuali furono esposti nel foyer del Teatro Strehler. L'analisi dei quasi architetti portò alla conclusione che questa zona di Milano aveva bisogno non di massicci interventi, ma di «correzioni» semplici e leggere, che mettessero «in rete» le sue realtà artistiche e culturali, ne cancellassero il disordine visivo e la rendessero omogenea, puntando soprattutto su quattro punti: arredo, illuminazione, segnaletica, grafica. Come sostiene Schiavi, «Milano ha già un'Expo in casa». Sarebbe sufficiente valorizzarla. Gli interventi per il Quadrilatero della cultura non comporterebbero grossi investimenti e si riuscirebbe ad aggregare forze private. I commercianti di zona, insieme al Piccolo Teatro, all'Accademia e agli Amici dei Navigli (la conca leonardesca non è lontana da lì) sono pronti a impegnarsi per lavorare e proporre. All'Expo mancano quattro anni e dovremmo concentrarci su quanto è fattibile, tenendo conto della scarsità di tempo e di risorse. Un ruolo decisivo potrebbe essere giocato dalle fondazioni d'impresa, che considerano l'impegno per la comunità espressione della cultura aziendale. Delle 131 fondazioni d'impresa italiane, 62 hanno sede in Lombardia e potrebbero liberare energie finanziarie al servizio di obiettivi sociali e culturali. II coordinamento tra le varie fondazioni a cui sta lavorando la Fondazione Aem sarebbe assolutamente auspicabile e potrebbe trasformarsi in un laboratorio di idee per la città che, grazie alle risorse messe a disposizione, sarebbero realizzate. Non più proposte teoriche, ma progetti veri. Con una credibilità finanziaria. E, dunque, concreti.