Petralia Sottana ha riscoperto lo studioso che fece luce sul passato madonita partendo dal mito di una "montagna incantata" Alcuni dei reperti rinvenuti nel cunicolo del Vecchiuzzo sono esposti al Salinas Un magistrato che era anche collezionista pittore mancato gallerista e critico È la storia di un mito e di un sognatore: da una parte la grotta delle fantasticherie, il recesso segreto della "truvatura", il tesoro rivelato in sogno, e dallaltra uno studente ostinato, che scatena tutto il suo impeto giovanile alla ricerca di quellanfratto nella roccia di cui fin dallinfanzia ha sentito discettare dotti studiosi e arguti contadini. Siamo a Petralia Sottana negli anni Trenta e lì, come in ogni paese siciliano, i vecchi alimentano favole su nascondigli inaccessibili, ricettacoli di briganti e disertori, ma anche di scrigni luccicanti di ogni ben di dio. Quanti racconti su sogni rivelatori, dettati dalle buonanime di familiari deceduti, che la dabbenaggine dei beneficiati vanifica rivelandoli agli amici; e così invece del cofanetto colmo di monete e preziosi si ritrovano nelle mani un bel mucchio di carbone. Sono queste le favole raccontate ai ragazzi dei paesi siciliani prima che la televisione portasse in ogni casa il mondo vero e quello irreale dei cartoon. Sulla Grotta del Vecchiuzzo a Petralia però cè più di uno sciame di dicerie dilatate nel tempo. Cè un libercolo scritto da un dotto del paese, Giuseppe Inguaggiato, stampato nella tipografia Priulla di Palermo che avalla la leggenda popolare secondo la quale un cunicolo si snoda da "Roccabalata", la parete di roccia che fronteggia il paese attraversa le viscere di tutta la montagna per sbucare nel versante opposto in contrada "Lume secco". E ci sono i "cunti" dei vecchi che hanno per protagonisti delinquenti, fuggiaschi e disertori che trovano riparo nel cuore della rocca. Basta e avanza per accendere la fantasia di Antonio Collisani. «La ricerca del cunicolo si presentava alquanto affascinante - scrive il Collisani in un suo memoriale - lipotesi poi delleventuale del leggendario "buco" con laltrettanta leggendaria grotta del Vecchiuzzo, di cui avevo qualche volta inteso parlare in paese come di un temuto ricovero di banditi accessibile solo a chi per grande esperienza ne conosceva lingresso assolutamente occulto, rendeva limpresa assolutamente entusiasmante. Era lanno 1934 quando iniziai le ricerche. Giravo solo per la montagna o in compagnia di un amico Eugenio Carapezza. In queste peregrinazioni, che durarono ben due anni, tante volte rischiammo la vita sulla parete di roccia e sempre tornammo a sera con lamarezza del fallimento». Nel frattempo per la sua passione per larte e larcheologia il giovane viene nominato Ispettore onorario delle antichità e scavi per quella zona delle Madonie. E bussando qui e là ottiene dal Club alpino italiano un finanziamento di tremila lire (una ricchezza insperata per quei tempi, dato che uno sterratore che lavora col piccone dallalba al tramonto viene pagato dieci lire al giorno). Collisani e il suo amico con quel gruzzoletto ingaggiano alcuni spalatori e vanno allassalto della montagna. Grazie a un vecchio cacciatore individuano tre potenziali ingressi e via con i picconi. Scava che scava per settimane e dopo due tentativi falliti, il terzo obiettivo rivela la grotta. «Il buco si aprì verso sera, dopo una giornata di sole, aveva un diametro di non più di 50 o 60 centimetri. Fermai i lavori con grande sorpresa degli operai che vedevano giunto il momento di spartirsi il tesoro. Nelle Madonie per la prima volta si facevano scavi archeologici. La mentalità locale induceva a credere che si scavava solo per trovare il favoloso denaro del tesoro. Ci volle molto per impedire che gli operai si introducessero nel buco aperto nella montagna e, licenziatili, ebbi la forza, derivante sempre dallentusiasmo, di trascorrere lintera notte accoccolato sul terriccio davanti ad esso. mandai uno degli uomini ad avvertire il Carapezza di scendere lindomani allalba con le funi, le lampade e tutto il materiale preventivamente acquistato. Avevamo anche il "filo di Arianna": questo era costituito da una matassa di spago robusto lungo duecento metri sul quale avevamo precedentemente segnato col colore delle tacche a distanza di un metro luna dallaltra. Chi entrava in grotta ne reggeva un capo sicché da fuori, contando le tacche rimaste, si poteva stabilire la profondità di penetrazione». Comincia in quellestate del 1936 lavventura dellesplorazione. Passo dopo passo, si procede per un centinaio di metri nelle viscere con le torce e con le lampade ad acetilene. Dopo aver rinvenuto diversi reperti antichi, cocci, frammenti di vasi e anfore poi montati, Collisani avverte le autorità. Nelle missive traspare tutto il fuoco del suo entusiasmo. La soprintendenza della Sicilia, che allora aveva sede a Siracusa, risponde con una nota assai gelida con cui si consiglia al giovane di «mettere acqua nel vino», come dire ritornare sobrio dopo la sbornia. Per fortuna il direttore del Museo Salinas di Palermo Paolino Mingazzini lo prende sul serio e si attiva per aprire immediatamente gli scavi. In due campagne vengono disseppelliti così centinaia di reperti, alcuni dei quali oggi sono ospitati nella sala "Grotta del Vecchiuzzo" al Salinas e altri nel Museo civico di Petralia intitolato proprio a Collisani, museo fortemente voluto dal sindaco Santo Inguaggiato, discendente di quellautore della "Historia di Petralia Sottana", che aveva ispirato le ricerche nella montagna. Cominciano le ipotesi, cè chi ritiene la grotta una struttura abitative - e tanti segni lo farebbero supporre - e chi no. Collisani in qualche modo se ne distacca. Trasferito a Palermo per lavoro, dove amministrerà giustizia per tanti anni come pretore, mantiene col proprio paese un rapporto di amoreodio. Il disamore è alimentato dai metodi di scavi attivati nella seconda campagna. I responsabili rimuovendo tutto, a suo dire, avrebbero compromesso la possibilità di analisi successive più mirate. La febbre dellarte lo ha però irrimediabilmente contagiato. Comincia a collezionare di tutto, soprattutto cimeli antichi, greci, romani, apre una galleria darte che diventa uno dei cenacoli dei Palermo frequentati da Leonardo Sciascia in quei fermenti di fine Novecento. Restaura reperti e gioca facendo lattore. Si cimenta con la pittura, quando capisce che i risultati sono modesti smette e si lancia nella critica; sostiene infatti che non cè miglior critico del pittore fallito, perché conosce la tecnica e non ha velleità competitive. «A me e mio fratello Giuseppe - dice la figlia Amalia - sono rimasti circa trecento pezzi della sua collezione. Quando papà è morto a 76 anni nel 1987 ci siamo tenuti solo qualche cimelio per ricordo e abbiamo dato tutto il resto in comodato duso al Museo civico di Petralia a lui intitolato. I pezzi più pregiati sono i vetri policromi provenienti probabilmente da Bagheria. Era un vulcano. Ed era talmente circondato da oggetti, antichi e moderni, che in casa non cera posto per altro». Forse è per una rivolta contro gli oggetti che Amalia e Giuseppe - ai quali il Comune di Petralia, questa estate darà la cittadinanza onoraria - hanno fatto un mestiere immateriale, studiosi di musica, che libra nellaria senza corpo.