Erano gli anni Sessanta del secolo scorso quando Catia Caprino, soprintendente di Villa Adriana, minacciava di impedire l'accesso ai visitatori della magnifica residenza imperiale, se non fossero giunti finanziamenti adeguati alle complesse necessità di quel luogo, vasto e leggendario «monumento» che, come si sa, non coinvolge solo l'archeologia o la storia di Roma e della sua civiltà. Ma, come si sa, è fin troppo facile nel nostro Paese comporre beveroni impressionanti con cui gettare l'allarme per questo piuttosto che per quel vandalismo, sia esso un crollo o un'insopportabile incuria. Incuria che però non colpisce Villa Adriana, e questo grazie sia all'impegno eroico di dirigenti e funzionari della Soprintendenza che ai finanziamenti che, seppur limitati, vengono spesi, nonostante un «garbuglio» burocratico-amministrativo in assoluto micidiale. Infatti, come ben sanno i soprintendenti, il saper spendere non è tutto. E il poter effettivamente spendere ciò che conta. Ed è qui che il discorso si complica moltissimo e rende il tracciato burocratico-amministrativo assai prossimo a fenomeni parossistici, propri di un'amministrazione pubblica afflitta da nevrosi normative e legislative paralizzanti. Dei finanziamenti per Villa Adriana dirò subito. Quando si parla di personale insufficiente e di scarsissimi finanziamenti per le necessità del patrimonio archeologico, monumentale, storico-artistico, archivistico, paesaggistico, si dice qualcosa di assai concreto e di materialmente ineludibile. Nel Codice dei beni culturali c'è scritto che «la conservazione del patrimonio culturale è assicurata mediante una coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione, manutenzione e restauro». Ogni nozione sopra indicata avrebbe bisogno di essere finanziata e sostenuta in ogni modo: così lo studio, oppure la prevenzione o la manutenzione o il restauro. E non sto parlando della «valorizzazione», né della ricerca e accoglienza di numerosissimi visitatori, ecc, ecc. In realtà, Villa Adriana entro luglio avrà i finanziamenti richiesti e lo stesso accadrà per la Domus Aurea e per il Palatino, dato che sono stati recuperati 20 milioni di fondi residui. Desidero comunque precisare quanto segue: sono decisamente convinto che le modalità di spesa del ministero per i Beni e le Attività culturali andrebbero «regolate» secondo ingegnerie finanziarie e contabili che tengano conto del fatto che dallo studio al restauro c'è di mezzo «un tempo» non sovrapponibile al tempo inflessibile di una Finanziaria o di una manovra di sviluppo. Se non si pone mano a una simile riforma e se non si abbatte l'orribile macchina burocratico-amministrativa che opprime il lavoro delle nostre Soprintendenze, non sarà affatto virtuoso il nostro impegno a vantaggio dei beni culturali. E tanto per anticipare, per una volta almeno, Sergio Rizzo, in qualità di ministro segnalo che sulla straordinaria città romana di Sepino nel Molise incombe il pericolo rappresentato da un progetto di impianti eolici che sconvolgerebbero tracce archeologiche e memorie topografiche importantissime. Come si sa, a me non piace praticare «il trionfalismo di iniziative propagandistiche». Dunque, Villa Adriana ma non solo. Sarebbe sufficiente infatti riflettere sul futuro delle indagini archeologiche condotte lungo il tracciato della linea C della metropolitana di Roma. Dico questo perché lì dentro c'è il sogno di una Roma che darebbe alla capitale d'Italia un ruolo assolutamente unico nel campo del più affascinante immaginario storico.