La cultura è rimasta in mutande, ma il ministro promette di rivestirla. Alle Giornate del teatro che si sono celebrate ieri alla Reggia di Venaria, Galan ha assicurato un taglio ai tagli, dopo aver reintegrato il Fondo unico dello spettacolo: «Chi pensa di tagliare la cultura in questo paese non ha capito niente. Lo dico anche al mio amico Cota». «Non ho avuto timore di dirlo a Tremonti, figuratevi se ho problemi a farlo presente al mio amico Cota. Chi in un paese come lItalia pensa di tagliare sulla cultura non ha capito niente». Il messaggio al governatore leghista arriva forte e chiaro dal suo compagno di maggioranza Giancarlo Galan, ieri a Venaria alle Giornate del Teatro del Tpe, primo ministro in quattro edizioni a partecipare. «Se si pensa di operare tagli drastici per poi presentare il conto allo Stato - rincara la dose Galan - si commette un grave errore. Il ministero non finanzia le pro loco. La Lega dovrebbe difendere il territorio e la sua cultura? Bene, che lo faccia». Ad attendere il ministro la cultura piemontese metaforicamente «in mutande». Ma non è lui (che come prima azione di governo ha reintegrato il Fus) lobiettivo della protesta. I cori sono tutti per Roberto Cota, ritenuto responsabile, causa ritardo nellassegnazione dei fondi 2011, del collasso del sistema. Lui e la sua giunta. «Vergogna, vergogna!» urlano i manifestanti riuniti davanti a un filo di mutande stese nel sagrato della chiesa di SantUberto, nella piazzetta adiacente la Reggia, allindirizzo di Michele Coppola, colpevole di essere passato oltre senza fermarsi. Parte qualche fischio. Lassessore fa dietrofront e si getta nella mischia. «Difenderò le vostre ragioni», promette. Ma non dà certezze sui numeri. Se non che «ci sono 600 milioni da tagliare sul bilancio di questanno, ancora in assestamento». E, nonostante gli appelli di Galan, è probabile che sarà ancora una volta la cultura a pagare. Oggi Coppola - che ieri si è impegnato a garantire il sistema-teatro e la sopravvivenza delle residenze multidisciplinari - incontrerà i rappresentanti dello spettacolo nella sede dellAgis per nuovi negoziati. Mentre il segretario Roberto Morano chiede «un tavolo di concertazione». Dentro la Reggia gli stati generali del teatro, con il capo di gabinetto Salvo Nastasi e la deputata Pd Emilia De Biasi, autrice di una legge di riforma dello spettacolo dal vivo che giace da tre anni in Parlamento, ma anche tra gli altri Sergio Escobar, Evelina Christillin, Walter Vergnano, Beppe Navello. Fuori, un gruppo di manifestanti, non molto folto per la verità, che riunisce tutto larcipelago regionale: danza, teatro, musei, arte contemporanea, biblioteche, istituti di cultura, associazioni musicali. Slogan, striscioni. E i panni stesi. «Le mutande non mi paiono adeguate alla bellezza della Reggia di Venaria», ironizza Galan. Che però prende la protesta con la massima serietà. Promette di sostenere una normativa che garantisca la defiscalizzazione degli investimenti privati nel settore, sollecita concorsi internazionali per lassegnazione delle cariche nelle fondazioni culturali, si dice «apertamente a favore» della triennalità dei contributi. «In base al principio - spiega - che nessuna azienda può programmare investimenti senza la certezza delle risorse». Il ministro invita poi a unire le forze, a «superare contrapposizioni e pregiudizi politici». Poiché la «partita - ammette - è drammatica». Parole che disinnescano la protesta ma non lallarme. Maurizio Babuin di Santibriganti, uno degli animatori della mobilitazione di ieri: «Quello di Cota per la cultura più che un progetto è un piano di distruzione. Si annuncia un ulteriore taglio del 40 per cento su bilanci già ridotti allosso, è insostenibile». Una posizione che sintetizza quella di tutti, o quasi, i partecipanti alle Giornate. A calmare gli animi, in mattinata, il sindaco Piero Fassino aveva assicurato: «La cultura non si tocca, è un investimento di civiltà. Il Comune farà di tutto per garantire risorse adeguate». La giornata si chiude in gloria a Venaria con il ministro Galan che, citando larticolo nove della Costituzione, richiama i cittadini e le istituzioni al «dovere non solo costituzionale ma etico di difendere la cultura». Parole che fanno sognare. Ma da domani si ricomincia a piangere sui conti che non tornano. (ha collaborato maura sesia)