«Concorso di progettazione» come «segnale di civiltà e di democrazia partecipativasenza inutili contrapposizioni tra conservatori e innovatori»; «migliorare la qualità dellambiente da abitare». Queste lodevoli espressioni, tratte da un articolo di Carlo De Luca e da una lettera di Giorgio Nocerino e Isabella Guarini su questo giornale, già lette e sentite tante volte, mettono in luce solo uno dei termini di un problema, ormai, un po ridondante. Appartengono alla politica degli Ordini professionali, cui sono riferite tutte le versioni più o meno recenti della legge sulla qualità dellarchitettura, fino allulteriore, recente proposta del Sole 24Ore. La notizia per cui hanno trovato spazio su Repubblica non sta nel loro contenuto, ma nel soggetto a cui sono rivolte: il nuovo sindaco di Napoli. E neppure nel cambio del sindaco, con tutto il rispetto per de Magistris; bensì nel fatto che, essendo cambiato, gli architetti intravvedono un possibile interlocutore capace di un mutamento di strategia politica in ciò che sta loro particolarmente a cuore: la valorizzazione della professionalità dellarchitetto in questa città. Ciò che larticolo e la lettera non dicono, è che il sindaco, essendo stato rinnovato, può finalmente interpretare limpegnativo e responsabile ruolo di committente che tutti si attendono da un sindaco degno di questo nome. Nelle discussioni tra progressisti e passatisti, nel tourbillon di pubblicazioni patinate reclamizzanti questo o quel progetto per la città partenopea, cè sempre stato un convitato di pietra: il committente pubblico. Che, guardacaso, è poco considerato anche nelle famose proposte di legge. Ebbene, i concorsi non sono necessari per valorizzare i giovani progettisti - che, detto tra noi, forse sono anche un po troppi se guardiamo gli altri Paesi, ma costituiscono la forza politica per gli Ordini - e a soddisfare lo straordinario bisogno darchitettura (ma di chi?). Questa, semmai, può essere unauspicabile conseguenza. I concorsi servono affinché il committente dica che cosa vuole e perché e come lo vuole; e come intende gestire ciò che vuole; e come valuta i costi di questa gestione; e come può evitare che lintervento comporti spese inutili di manutenzione con i soldi dei cittadini; e come dire ai giovani, o anche meno giovani progettisti che cosa proprio non si può fare in un determinato contesto di valore storico o paesaggistico; o come convincere, di converso, la cittadinanza del valore e delle ragioni di un intervento da condividere pubblicamente. È soprattutto per questo che il concorso è importante. Il primo anello del progetto, di qualsiasi progetto, non è neppure il bando, che in fondo stabilisce solo i requisiti di partecipazione e i criteri di valutazione, ma il documento dindirizzo progettuale: è lì che il committente deve manifestare la volontà e le ragioni dellintervento, è lì che inizia larticolato processo di valutazione e di validazioni del progetto: qualità del processo e qualità del prodotto vanno di pari passo, luna propedeutica allaltra. Così, vedrete, si metteranno daccordo anche i noiosi conservatori con gli scalpitanti progressisti, questi ultimi giovani, certo: ma devono esserlo nelle idee. Qui non si parla di concorsi per giovani artisti o di premi letterari: larchitettura non ha solo costi finanziari, ma anche sociali, perché deve rispondere a concrete funzioni. Se non lo fa, dimostra quotidianamente i suoi fallimenti. Ma, a proposito, il documento dindirizzo progettuale si è mai fatto per qualcosa, a Napoli?