E Arrubiu permette di riscrivere la storia di questi insediamenti Lo scrittore di «Padre padrone» e la costruzione megalitica più grande e più «giovane» del Mediterraneo La scoperta La nostra conoscenza può essere soltanto finita, mentre la nostra ignoranza deve essere necessariamente infinita (Karl Raimund Popper) Gli scavi per il «Gigante rosso» continuano, ma la scoperta di un vasetto miceneo del XIV secolo avanti Cristo ha permesso di retrodatare tutti i nuraghi Gli scambi Si deve a Fulvia Lo Schiavo la scoperta delle relazioni tra la Sardegna e Creta, Rodi, Cipro, Malta, Grecia e Asia minore. Orroli le ha conferito la cittadinanza onoraria L e parole sono pietre, è vero. Ma anche le pietre parlano. E pur se inascoltate, non hanno mai smesso di raccontare la nostra storia. Il nuraghe Arrubiu, per esempio. È il più grande - lo chiamano il Gigante rosso - e forse anche il più bello di tutta la Sardegna, persino dell' altro meraviglioso «gigante», il nuraghe Barùmini, scoperto nel 1951 e inserito dall' Unesco nel patrimonio dell' umanità nel 1997. Però Arrubiu, rispetto a Barùmini e a tutte le altre testimonianze nuragiche sparse sulle sponde del Mediterraneo - a Creta, in Sicilia, a Cartagine e, nella Penisola iberica, fino a Huelva e a Cadice, sull' Atlantico - è la vera novità: non soltanto perché è il più grande ed è «pentalobato», cioè composto da cinque torri, ma anche perché è il più «giovane» (scoperto nel 1981, i lavori di scavo e di studio continuano ancora adesso) ed è quello che ha permesso, grazie al ritrovamento di un alabastron, un vasetto miceneo per unguenti e profumi, di attribuire con certezza l' età - XIV secolo avanti Cristo - anche agli altri nuraghi. La scoperta di questo dialogo antico della Sardegna con Creta, Rodi, ma anche con Cipro, Malta, la Penisola greca e l' Asia minore - specialmente lungo le rotte dell' approvvigionamento e del commercio del rame e dello stagno - arricchisce di particolari, che non sono dettagli, la storia dei popoli del Mediterraneo e ha acceso la fantasia di Gavino Ledda, l' autore di uno dei capolavori della letteratura contemporanea, Padre padrone. L' educazione di un pastore. Ledda ha pensato di scrivere una storia della Sardegna e della sua gente in cui «parleranno le pietre» (il testo che pubblichiamo oggi, una invocazione della Madre Terra, è un' anticipazione di un lavoro dalla forte impronta sperimentale che si presenta come una nuova sfida stilistica). A Mauro Perra, archeologo e direttore del museo di Villanovaforru, e ad Antonio Orgiana, sindaco di Orroli, l' idea di Ledda è piaciuta molto, al punto che dopo aver incontrato lo scrittore ne hanno maturato un' altra: girare un film, con la regia dello stesso Ledda, che potrebbe essere finanziato dall' Unione europea attraverso un bando che scade nel febbraio 2012 e al quale parteciperà un consorzio di più di trenta piccoli comuni sardi, con Orroli «capofila». Per dare maggiore forza al progetto, il comune di Orroli ha fatto due cose. La prima, esattamente un anno fa, è stata la concessione della cittadinanza onoraria all' archeologa Fulvia Lo Schiavo, ex soprintendente dei Beni archeologici di Toscana e Sardegna, che è stata tra i principali artefici degli scavi e dell' apertura della casa-museo Nuraghe Arrubiu. La seconda sarà la «adozione», il prossimo 9 luglio, da parte del comune di Orroli, di Gavino Ledda. Lo scrittore sarà adottato in qualità di «nuraghe vivente» dell' Isola. Proprio come accade in Giappone, dove, da più di mezzo secolo, grandi artisti e maestri di arti manuali tradizionali vengono nominati dallo Stato «tesoro nazionale vivente», affinché di quelle arti non si perda la memoria e la pratica. A differenza della cittadinanza onoraria però, la «adozione», come quella di Orroli con Ledda, giuridicamente non esiste. Ma forse è proprio in questa inesistenza giuridica la forza del gesto «adottivo». Che in realtà non è nato in consiglio comunale, ma nella scuola media di Orroli, dove Gavino Ledda era andato per tenere una lezione di teatro. I ragazzini di seconda media, invece di ascoltare la lezione, hanno voluto impartirla e hanno chiesto a Ledda di non salire in cattedra, ma di assistere alla recitazione di una commedia scritta e messa in scena da loro. Ledda li ha ascoltati e loro lo hanno «adottato», regalandogli il «carro di buoi» (su carru de sos bòes). Due fichi (i buoi) e una foglia di fico (il carro) tenuti assieme da spine di campo: era il «giocattolo» dei bimbi di campagna, ma soprattutto è ancora adesso il simbolo di una comune appartenenza e della fierezza delle proprie origini agricolo-pastorali.