Caro Direttore, sono rimasta stupita, nel leggere l'articolo del 26 giugno, di Gian Antonio Stella: «Sigilli al teatro di Pompei soffocato dal cemento stravolto dal restauro, intervengono i magistrati». «Gran Dio perché mai, si domanda l'autore, il Cielo invia tali ricchezze a gente cosi poco in grado di apprezzarle». Io mi domando: «Mio Dio perché il Cielo permette al giornale che leggo tutte le mattine, di pubblicare notizie prive di fondamento?». Non è vero che il Teatro Grande di Pompei sia sottoposto a sequestro. La Guardia di Finanza, la scorsa settimana, su delega della procura di Torre Annunziata, ha chiesto l'inventario dei materiali (luci, mixer, apparati di scena), per eventuale sequestro di materiale in container. C'è una bella differenza, mi pare, tra Teatro Grande e Container. Stella inoltre, ha basato il suo testo su articoli di Antonio Irlando, del Gazzettino Vesuviano, e sull'interrogazione parlamentare dell'onorevole Luisa Bossa, del Pd. Vorrei sottolineare che un gran numero di specialisti, altamente qualificati, si è occupato del restauro. Il progetto originale, approvato nel 2003, dall'ex soprintendente professor Pietro Guzzo, affidato, per l'esecuzione, dopo gara, ad una impresa, accreditata presso la stessa Soprintendenza, è passato al vaglio dell'allora soprintendente regionale, e poi Direttore generale per l'Archeologia, Stefano De Caro, del professor Gregorio Angelini, dell'allora soprintendente Maria Rosaria Salvatore, del suo successore, professor Giuseppe Proietti, ex segretario generale del Mibac. Negli anni è prevalsa l'opzione, sostenuta dagli archeologi, di copertura dei gradini della cavea in tufo, stessa pietra che costituiva la base su cui posavano i marmi, allo scopo di evidenziare, grazie alla differenza dei materiali, la diversità tra la parte originale, in marmo, e quella ricostruita. I gradini di tufo poggiano su un tappeto di terreno naturale stabilizzato, non di cemento, in una zona di sterro che necessitava di continuo rinterro alluvionale. Responsabile unica del procedimento è un'archeologa della soprintendenza, la dottoressa Mastroroberto. La cavea in marmo è stata giudicata incompatibile con il codice dei beni culturali dalla commissione generale d'indirizzo del Mibac. Per quanto riguarda l'uso del tufo, il celebre Maiuri, ha scritto che al tempo di Augusto, vi erano gradini in tufo. Stella attribuisce, tra altre inesattezze, al commissariamento, il deposito a Porta Vesuvio, vero scempio perché ha comportato lo sbancamento della collina deposito di materiali di scavo dei Borbone. I lavori costarono 3.796.100,00. Nel 2006, due anni prima del commissariamento. Grazie per l'attenzione che vorrai dedicare a questa precisa e documentata lettera, nell'interesse dei lettori del nostro grande Corriere della Sera. Diana de Feo Senatrice Pdl Ahi ahi... Per cominciare, la signora de Feo sbaglia citazione: come poteva leggere nell'articolo, non sono io a esclamare «Ma in quali mani, gran Dio...» ma Alfonse De Sade, nel 1775. Per proseguire, le «notizie prive di fondamento» che avrei dato può trovarle sul Mattino di Napoli del 19 giugno col titolo «Pompei, sequestrato il Teatro Grande salta la stagione estiva di spettacoli». Terzo: «Il progetto originale, approvato nel 2003, dall'ex soprintendente professor Pietro Guzzo» citato dalla signora non prevedeva affatto i gradini di tufo ma di marmo, proprio come sono i gradini sopravvissuti per due millenni prima della decisione, bocciata dalla Corte dei Conti, di mandarci un commissario e lo stesso Guzzo non risulta (in buona compagnia, del resto) aver mai cambiato idea. Basti dire che quel progetto prevedeva che tutto fosse assolutamente smontabile dopo gli spettacoli mentre gli spaventosi container-camerini dietro la scena sono così stabili da essere addirittura allacciati alla rete fognaria. Non bastasse, quel progetto col marmo (assai più costoso del tufo) doveva costare un milione e 200 mila euro: un quinto rispetto a quello realizzato. Quarto: il mostruoso deposito di cemento armato (l'unica cosa su cui concordiamo con la de Feo: è uno scempio) è stato realizzato (per un importo di 4.906.340 euro!) dal commissario straordinario, con inizio dei lavori il 1 febbraio 2009 e lo dice la brochure edita dallo stesso commissario. Ma c'è una cosa infine che taglia la testa al toro: la senatrice sostiene che «i gradini di tufo poggiano su un tappeto di terreno naturale stabilizzato, non di cemento». E' falso: come hanno visto tutti i lettori del Corriere i mattoni poggiano su osceni cordoli di cemento a vista. E lo dimostra la foto che io stesso ho fatto ed è stata ripresa da www. facebook. compagesStop-killing-Pompeii-Ruins108291745883016. Tutto il resto sono parole, parole, parole... Gian Antonio Stella
Corriere della Sera
3 Luglio 2011
Il teatro di Pompei e il cemento
GI
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera
La senatrice Diana de Feo ha scritto una lettera al direttore del Corriere della Sera, in cui si scaggonisce contro l'articolo di Gian Antonio Stella, che ha scritto che il Teatro Grande di Pompei è stato sequestrato e che il restauro è stato fatto con materiali di scena. De Feo sostiene che Stella ha basato il suo articolo su notizie false e che il restauro è stato fatto con materiali di alta qualità, come il marmo. Ha anche affermato che i gradini di tufo che coprono la parte originale del teatro sono stati installati per evidenziare la differenza tra la parte originale e quella ricostruita.
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