Un secolo dalla scoperta della favolosa città degli Incas da parte dell'americano Binghman. Critiche e rivalutazioni Il presidente peruviano ha dichiarato il 2011 «anno del Machu Picchu nel mondo» Difficile abbattere i miti. A cento anni dalla scoperta del Machu Picchu, la favolosa città degli Incas è contemporaneamente oggetto di critiche e di riconsiderazioni. Le critiche, per la verità, sono rivolte soprattutto al suo scopritore, l'americano Hiram Binghman, professore di storia ed esploratore che nel 1911 mise piede tra le pietre di quel santuario di civiltà fino allora praticamente sconosciuto fotografando ogni dettaglio. E tornato a casa preparò un ampio servizio per la rivista National Geographic mostrando attraverso i suoi fotogrammi lo stupore e la meraviglia che lo avevano colpito uscendo dopo ore di cammino da un foresta fitta. Tanto bastò per far nascere il mito della «città perduta» che ancora vive e anima viaggi ricchi di fantasia e aspettative. Forse non ce ne sarebbe stato bisogno, ma di certo la serie dei film di Indiana Jones che si ispira al professore diventato anch'esso leggendario ha poi, in epoche recenti, contribuito a rinverdire un mito quasi inevitabile. Basta rileggere le tracce della storia che racconta come in questo angolo tra le vette del Perù a 2.500 metri d'altezza ai piedi della grande montagna Huayna Picchu e davanti alla valle sacra di Urubamba, distribuita su dieci ettari sorgesse una città per 600 abitanti. Costruita intorno al 1450, vi andavano in vacanza l'imperatore, il suo seguito e le famiglie dominanti a Cuzco distante 120 chilometri. Ma questa è un'ipotesi alla quale si affianca la leggenda più intrigante secondo la quale la città doveva essere il luogo di ritrovo delle «vergini del Sole» selezionate per tessere i vestiti del dio Sole, il loro marito. Per lo scopritore Bingham Machu Picchu (che vuol dire vecchia montagna) era la culla della civiltà Inca e poi il loro ultimo rifugio ma la tesi è rifiutata da Richard Burger, direttore degli studi archeologici all'università americana di Yale per quasi trent'anni studioso dell'insediamento, che invece sostiene l'ipotesi della villeggiatura. E aggiunge che gli edifici non sono templi ma semplicemente palazzi che riflettono la sacralità del re perché il re era divino. Inoltre l'attività religiosa (a cui qualcuno lega storie di sacrifici) non era la pratica prevalente degli abitanti. «Il professor Bingham era soprattutto un grande comunicatore», sottolinea Yazmin Lopez Lenci, specialista di studi andini, in un'intervista a Le Monde. E ricorda come la città fosse già nota in vari documenti prima dell'arrivo dell'esploratore statunitense. Il mito è frutto della cultura dell'epoca, sostiene, anche quella dell'America del Nord, che si è trovata in sintonia con l'enfasi dello scopritore perché in questo modo dimostrava come l'America avesse anch'essa origini illustri e antiche. Così trasformava le «grandi pietre» di Machu Picchu in un luogo simbolo. Comunque, al di là delle inevitabili discussioni, rimangono le opinioni di numerosi illustri archeologi i quali ribadiscono la necessità di studiare più a fondo ciò che è rimasto della città abbandonata dopo l'arrivo degli spagnoli nel XVI secolo, finora indagata a fondo soltanto per il venti per cento, si precisa. Il presidente peruviano Alan Garcia ha dichiarato il 2011 «anno del centenario di Machu Picchu per il mondo» per ricordare la scoperta della meraviglia che sempre affascina anche se non era la «città perduta».