Carlo Pedretti, curatore di una mostra con un altro «Salvator Mundi» attribuito a da Vinci, contesta l'autenticità Puntuale come un treno svizzero, a ogni attribuzione arriva una contestazione. Non si sottrae da questo rituale il Salvator Mundi di proprietà del gallerista newyorchese Robert Simon, restaurato dalla National Gallery in vista della mostra che aprirà il prossimo 9 novembre e attribuito da quattro storici d'arte di fama internazionale (Carmen C. Bambach, Pietro Marani, Maria Teresa Fiorio e Martin Kemp) a Leonardo. Di fronte a questa notizia, trapelata ieri, lo studioso Carlo Pedretti trasecola. Per Pedretti, che ha scritto un intervento sull'«Osservatore Romano», la tavola non sarebbe del genio di Vinci e saremmo di fronte a «una sofisticata operazione di marketing che sta lanciando come un originale di Leonardo, coll'asserito avallo di specialisti» quello che non è. Pedretti che però giudica l'opera partendo da una vecchia fotografia contesta l'attribuzione su base «purovisibilista» («basta guardarlo»), sull'assenza di prove spettrografiche (che invece ci sarebbero) e in ragione della non chiara provenienza dell'opera, i cui passaggi di proprietà restano intricati. Pedretti, però, fu il primo ad accogliere in una mostra da lui curata nel 1982, un altro Salvator Mundi, quello del marchese De Ganay (poi venduto dagli eredi per poche centinaia di dollari a New York) a Leonardo. L'attribuzione era stata effettuata da Joanne Snow-Smith. Secondo gli studiosi chiamati dalla National Gallery, invece, il Salvator Mundi ex De Ganay sarebbe da attribuire a Boltraffio (o a Marco d'Oggiono). Pietro Marani, che ha fatto l'attribuzione, risponde: «Non si può valutare l'opera sulla base dell'immagine precedente al restauro, perché ora è molto diversa». Peccato che e questo ingenera qualche dubbio sia il proprietario americano sia la National Gallery rifiutino, per ora, di divulgare le immagini dopo il restauro. Il museo addirittura afferma che «non intende commentare dipinti che possono o non possono essere inclusi in una delle sue prossime mostre, mentre le discussioni con il proprietario sono in corso». Lasciando supporre che qualcosa sarebbe in bilico. Pretattica? Inutile fare la storia infinita delle attribuzioni plausibili o sconfessate. Ciò dovrebbe spingere gli storici dell'arte a compiere attribuzioni in relazione a due parametri: la presenza di documenti e le indagini scientifiche. Una coda sulla mostra. Giustamente il direttore della National Gallery, Penny, ha parlato per la rassegna su Leonardo del prossimo novembre di «grande trionfo della diplomazia con dipinti che lasciano musei in Italia e Francia perla prima volta». È un peccato che questa esposizione abbia beffato sul tempo Milano, che sta (stava?) preparando una grande mostra su Leonardo per l'Expo 2015. «In effetti conferma Marani volevo portare anche io questo e altri dipinti a Milano nel 2015. La National ci ha un po' rubato l'idea battendoci sui tempi». Sempre che lo esponga.
Leonardo, scontro tra gli esperti
Carlo Pedretti, curatore di una mostra con un altro Salvator Mundi attribuito a Leonardo da Vinci, contesta l'autenticità di un'altra tavola attribuita al genio. La tavola, restaurata dalla National Gallery, è stata attribuita da quattro storici d'arte di fama internazionale. Pedretti sostiene che la tavola non è del genio di Vinci e che l'attribuzione è una sofisticata operazione di marketing. Contesta l'attribuzione su base purovisibilista, assenza di prove spettrografiche e provenienza non chiara dell'opera. Pedretti ha già accogliere in una mostra da lui curata nel 1982 un altro Salvator Mundi, attribuito a Leonardo.
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