Studenti e docenti della capitale chiedono la trasformazione in "facoltà" Due mele, due arance e due banane. È lo spoglio menù giornaliero degli studenti e dei docenti che hanno occupato l'Accademia delle Belle Arti di Roma. Lo sciopero della fame è una forma di protesta estrema ma necessaria, spiegano, perché le Belle Arti italiane sono abbandonate da anni al proprio destino e "stanno morendo". Così a pochi isolati dal Teatro Valle, un altro presidio prova a raccontare lo stato dell'Arte italiana. Il cortile dello storica sede di Roma, il "ferro di cavallo" di via Ripetta, si è riempito di una piccola schiera di tende da campeggio. I manifestanti (una ventina tra insegnanti e alunni) fanno sul serio: il digiuno è iniziato lunedì e la fatica comincia a farsi sentire. Uno dei ragazzi ha un lieve malore, dal quale per fortuna si riprende subito. La loro richiesta è spiegata in un grande striscione sul cancello d'ingresso: una "Facoltà di Belle Arti ora!". Tutto qui: le Accademie chiedono di entrare a far par parte del sistema universitario nazionale e ottenere "pari ordine, grado, dignità e livello" delle facoltà degli atenei italiani. "Oggi uno studente che esce dall'Accademia di Belle Arti", spiega Dionigi Mattia Gagliardi, uno dei ragazzi che organizza la manifestazione, "ottiene un diploma che non ha valore legale e non è riconosciuto all'estero. Non abbiamo né dottorati né master, non c'è possibilità di fare ricerca e insegnare e non abbiamo nemmeno accesso ai fondi perla ricerca". Le Accademie di Belle Arti italiane conservano l'aspirazione originale di rappresentare un modello didattico d'eccellenza, un "laboratorio aperto" tra insegnanti e studenti, perla formazione di giovani artisti, esperti d'arte e operatori culturali. Ma oggi rischiano di rimanere un universo astratto, come riconosce la docente Vita Segreto: "Abbiamo difeso la nostra diversità troppo a lungo. Oggi il nostro isolamento è anacronistico: l'Arte non può più essere intesa in un'accezione statica, abbiamo bisogno di dialogare con le altre discipline". "Le Accademie italiane rischiano di rimanere il fanalino di coda d'Europa", conclude Dionigi. "Basterebbe un semplice articolo in una legge ordinaria per trasformarci in veri e propri corsi di laurea, come negli altri paesi. Ma la riforma Gelmini ci ha ignorato e la nostra proposta di legge langue in Senato da troppo tempo. Si vede che in Italia l'Arte non è considerata un valore fondamentale".