«Quello che fu il Bel Paese fa scempio di se stesso, è sommerso dal cemento. Che cosa sta succedendo agli italiani, che cosa ci acceca?» La domanda posta da Salvatore Settis è stata la questione di fondo del forum sul paesaggio voluto dal Corriere Fiorentino. Una domanda che contiene già la risposta fondamentale: la responsabilità della distruzione del paesaggio italiano è di tutti gli italiani, di tutti noi. Non esistono scorciatoie liberatorie. Certo: lo Stato rinato con la Costituzione non ha mai realizzato una legge urbanistica che dia un riferimento generale e condiviso, e tutto si svolge in base ad una legge del 1942; le Regioni si sono mosse in ordine sparso, in una pesante spirale di devoluzione disgregatoria (che, per esempio in Lombardia, ha raggiunto profili secessionistici); i Comuni hanno troppo spesso equiparato (o, peggio, sottoposto) l'interesse di tutti a quello di singoli soggetti di peso. Ma il problema di fondo, la vera sfida è l'evoluzione della mentalità diffusa, una nuova educazione al paesaggio, l'abbattimento di pericolosi e attivissimi luoghi comuni. Uno per tutti: non è affatto vero che dobbiamo scegliere tra paesaggio e sviluppo. Ce lo ha scritto con forza Pierluigi Cervellati: bisogna abbandonare «il pessimo convincimento che il cemento faccia "girare" l'economia». Un convincimento clamoroamente smentito dalla crisi attuale. La tensione cruciale non è, dunque, tra la tutela e la crescita economica (compatibilissimi, se rettamente intesi), ma semmai tra la tutela e la ricerca politica del consenso. Tra i motivi per cui Settis individua nella Toscana un possibile modello per tutto il Paese (un'idea uscita rafforzata dal dibattito, e confermata anche dall'osservatorio nazionale della Direzione generale per il Paesaggio) c'è anche l'identità dell'attuale assessore regionale all'Urbanistica e al Territorio. È infatti del più alto significato che, per segnare una profonda discontinuità con la gestione precedente, Enrico Rossi abbia affidato proprio il settore cruciale dell'urbanistica non ad una figura politica, ma ad una 'tecnica' di prim'ordine. La presenza di Anna Marson è un messaggio chiarissimo: il consumo del territorio toscano non è più una leva per costruire o aumentare il consenso. Naturalmente (come ha notato Paolo Ermini) bisognerà vedere se il presidente Rossi riuscirà a tenere il timone su questa ottima rotta: ma se non vogliamo tornare indietro, e diventare addirittura un modello negativo, non abbiamo scelta. La migliore garanzia che quella rotta non cambi sta in un controllo diffuso: in primo luogo in quello di una cittadinanza attiva e consapevole che partecipi davvero al governo di quell'insostituibile bene comune che è il paesaggio, e cioè l'ambiente, l'identità storica e geografica, il nostro stesso nome. E perché questa partecipazione non sia una liturgia esteriore occorre una continua formazione, occorre un serrato discorso pubblico che possa mediare verso i cittadini temi complessi e troppo spesso prigionieri di un gergo inespugnabile. Ed è un compito che questo giornale sente profondamente iscritto nel suo codice genetico Tomaso Montanari
Nuovi orizzonti e vecchi "consumatori"
Il Corriere Fiorentino ha organizzato un forum sul paesaggio, con l'obiettivo di discutere della distruzione del paesaggio italiano. Il filosofo Salvatore Settis ha affermato che la responsabilità della distruzione del paesaggio è di tutti gli italiani, e che non esistono scorciatoie liberatorie. Ha anche sottolineato che la vera sfida è l'evoluzione della mentalità diffusa, e che bisogna abbandonare il convincimento che il cemento faccia "girare" l'economia. Settis ha anche menzionato la Toscana come un possibile modello per tutto il Paese, e ha sottolineato l'importanza di una cittadinanza attiva e consapevole nel governo del paesaggio.
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