Nei prossimi anni, il Mezzogiorno rischia di diventare una gigantesca cava di opere d'arte da far girare per il mondo. Visto da una Napoli tragicamente fumante di spazzatura in fiamme potrà sembrare un rischio minore, ma se ci facciamo espiantare organi vitali come il patrimonio artistico, risalire la china diventerà presto impossibile. Il caso dei Caravaggio di Messina è emblematico. La Natività e la Resurrezione di Lazzaro stanno al Museo Regionale perché Caravaggio in persona è stato a Messina ed ha conficcato quei due quadri strepitosi nel vivo tessuto artistico di una città poi terribilmente sfortunata, ma colma di storia e di cultura. Nonostante che le due pale d'altare siano molto grandi e assai provate, e nonostante che la Regione Sicilia le abbia incluse tra le opere inamovibili dal museo, esse girano il mondo come commessi viaggiatori: dal 2005 ad oggi sono state a Milano, ad Atene, a Roma, senza contare Trapani, Palermo, e la Salemi di Vittorio Sgarbi. Ed ora uno di essi si appresta a volare a Mosca. Non si tratta di tenerli fermi per campanilismo, o peggio per sperare di camparci attirando i visitatori: cadremmo dalla padella nella brace se la Sicilia strumentalizzasse i suoi Caravaggio come la Calabria sta, barbaramente, facendo con i Bronzi di Riace. Si tratta invece di rovesciare una mentalità: il fine supremo non è realizzare una mostra che riunisca tanti Caravaggio quasi 'salvandoli' dalla loro collocazione provinciale, vissuta come uno strano e sfortunato caso. Il fine è capire che Caravaggio è parte di un ecosistema storico e artistico che va preso tutto insieme. E non vale solo per Caravaggio: il Mezzogiorno deve decidere se vuol essere un corpo culturale che vive e cammina verso il futuro, o un corpo in agonia da cui asportare gli organi di pregio.