Più che di cultura, nel dibattito a molte voci che si sta svolgendo sulle pagine di cronaca del Mattino, a mio avviso dovremmo iniziare a parlare di conoscenza, per farle riguadagnare un ruolo non solo emotivo o sentimentale ma che, almeno in questa fase e in questo dove, si ponga in una direzione più incisiva, più di sinistra. Molta della cultura italiana è di destra anche se non lo sa, tende a puntare sui trucchi del mestiere, sul raccontare senza sforzarsi di conoscere e su un impegno di superficie: tanti scrittori, musicisti, registi finiscono in quel narcisismo sordo e autoreferenziale dell'artista destrorso. A Napoli, negli ultimi anni, abbiamo avuto numerosi esempi di questo genere, da parte dei vertici politici che hanno usato una risorsa formidabile - la committenza pubblica alla cultura in una città dove scarseggiano gli operatori privati per farne clientele e progetti di assoluta non incidenza sul vasto corpo sociale. Ma anche dal basso, da artisti e intellettuali, sono partite quasi soltanto richieste di sostegno a ricerche e opere del tutto astratte da contesti e persone che pure, trattandosi di committenza pubblica, ne erano i reali finanziatori. Cambiare corso nella nostra città adesso è essenziale, basta guardare la cronaca recente, con i bassi ceti sociali manipolati e ricattati dai poteri forti e da quelli oscuri contro ogni tentativo di trasformazione democratica, ceti spesso esclusi da ogni politica culturale se non perché chiamati a consumare e, quindi, nell'incoscienza, lasciati in balìa dei peggio intenzionati. La committenza pubblica culturale a Napoli deve porsi questa questione: sviluppo ma anche progresso per i marginali, gli esclusi, i periferici. La cultura a uso della classe media - middle cult - ha già abbastanza promotori e dovrebbe rivestire un ruolo secondario nelle agende pubbliche napoletane, la priorità andrebbe data invece alle ferite aperte della società locale: basta con il finanziamento di progetti elitari, che potrebbero essere più opportunamente cercati tra i privati e le banche. Il pubblico deve ritrovare un suo ruolo di indirizzo e propulsione verso gli operatori culturali, sganciandosi dal compiacimento verso il middle-cult. Si, ma qual è questa linea culturale? Sicuramente va trovata di concerto con gli operatori stessi ma senza confidare del tutto su questi ultimi, che pure hanno i loro vizi egotici- perché un teatrante o un filmaker deve dare per scontato il suo diritto ai soldi pubblici? - il confronto dev'essere tra dei fini e dei mezzi e, come si sa, i secondi non si giustificano coi primi. Il pubblico corre infatti il rischio di limitarsi ad operazioni di facciata, brutte e populistiche, o di finanziare solo gli operatori compiacenti e clientelari tagliando fuori o limitando chi magari è più capace. La capacità di incidere attraverso la cultura sulla vita delle persone è un talento e non è scontata come tanti artisti credono quando decidono un bel giorno di scendere in campo in una periferia o per una categoria debole: un intento del genere dev'essere frutto di riflessione e confronto e non solo di entusiasmo. Una linea culturale che dia risalto alla conoscenza deve porsi obiettivi elevati per sensibilizzare a valori come la bellezza e la giustizia, la verità, l'amore e la volontà, obiettivi elevati perché poi si arriva sempre a metà del cammino. Mentre chi promuove la cultura dovrebbe sentirsi addosso il desiderio della felicità umana e il proprio sforzo disperato a contribuirvi. Al di fuori di queste intenzioni non regnano né cultura né conoscenza, ma mercato, consorterie, comunicazione e intrattenimenti.