Vittorio Zincone intervista Antonio Paolucci Direttore dei Musei Vaticani, ex ministro dei Beni culturali «Deve essere lo Stato centrale a tutelare il patrimonio nazionale. Se le nomine divenissero regionali i soprintendenti dovrebbero cedere alle pressioni dei governatori. Invece è bene che siano autocrati statali, lontani dai localismi». Antonio Paolucci, 71 anni, è uno dei pilastri della galassia museale italiana. È stato per molti anni soprintendente degli Uffizi a Firenze, ha occupato la poltrona dei Beni culturali con Dini premier e ora è direttore dei Musei Vaticani. L'intervista si svolge alle sette e venti di mattina: «È il mio secondo appuntamento». Paolucci porta la spilletta rossa della Legion d'Onore al bavero («Abbiamo appena inaugurato la sala dedicata al francese Matisse») e la prima cosa che mi fa notare quando entro nella sua stanza è il Cupolone che domina la vista fuori dalla finestra: «Cambia colore nei vari momenti della giornata. Come una montagna. Poi, purtroppo, la sera accendono le luci. E la cupola diventa una torta». Fosse per lui, clic... Fine dei monumenti illuminati. «Pensi che bello Castel Sant'Angelo in una notte di luna piena. Gli uomini e le donne dovrebbero riscoprire il fascino del buio». Paolucci è così. Si autodefinisce scherzosamente "reazionario". Guida il museo più affollato della Penisola, ma non ama il turismo di massa. Ovviamente è soddisfatto dei dati sulle presenze nei Musei Vaticani («A fine anno dovremmo raggiungere la cifra straordinaria di cinque milioni di visitatori»), ma ha un rammarico proprio riguardo al ruolo dei musei nel XXI secolo: «Il museo non è più legato al concetto di cultura e di approfondimento. La visita a un museo ormai rientra nella categoria tempo libero». Direttore, così sembra quasi disprezzare i turisti «Ma no. La presenza di massa nei musei è un grande fenomeno liberatorio: vuol dire che la gente ha soldi e tempo. Mi dispiace solo che si tratti di una fruizione molto volatile e un po' superficiale: il visitatore sfila di fronte ai colori dei quadri senza capire. Non ricorderà nulla. Prima non era così». Com'era? «Si entrava nei musei con un altro spirito. Lei conosce la tempistica dell'industria turistica di oggi?». No. Ci racconti. «Abbiamo le statistiche: un visitatore trascorre nei Musei Vaticani circa un'ora e un quarto». Per visitarli bene ci vorrebbero settimane. «I tempi sono contingentati: si entra, si viene catapultati nella Cappella Sistina, che è l'oggetto del desiderio e l'attrazione fatale. Si passa velocemente nella Basilica e poi si corre al Colosseo. Qualche minuto di shopping e via... a Firenze». Dovrebbe inventarsi qualcosa per valorizzare il resto dei Musei Vaticani «L'ho fatto con le aperture serali. E un regalo per i romani. E lì c'è proprio una fruizione diversa. Poche presenze, niente ressa. Si incontra anche qualche turista colto. Come dovevano essere i Musei ai tempi di Byron e di Chateaubriand». Lei è in Vaticano da quattro anni. Oltre alle aperture serali qual e il segno che vorrebbe lasciare? «Sto lavorando al rinnovamento dell'apparato didattico: voglio che i visitatori capiscano l'essenza e il carattere dei Musei Vaticani». Qual è questa essenza? «L'iridescente complessità e l'attenzione della Chiesa romana verso le culture del mondo. Questo è il Museo dei musei. E una meraviglia. Mi capita di passeggiare per le sale in solitudine, quando i turisti se ne sono andati e al tramonto la luce di Roma penetra nei corridoi. E la cosa più gradevole di questo incarico». Come si diventa direttore dei Musei Vaticani? «Per cooptazione. La segreteria di Stato mi contattò una prima volta nel 1996, ma rifiutai perché dovevo finire il mio lavoro ai Nuovi Uffizi. Nell'ottobre del 2007, invece, ho accettato l'invito del cardinal Bertone. Lo considero un premio alla carriera. Siedo alla scrivania che fu di Antonio Canova». Canova, oltre ad avere il suo stesso incarico a inizio Ottocento, fu anche uno scultore eccezionale. Lei sa disegnare? «Non ho mai scritto nemmeno una poesia». Non ha nemmeno un taccuino per fare uno schizzo? «Trovo patetiche queste cose. Dio distribuisce i talenti in modo parsimonioso. Quando non te li dà, non te li dà. Inutile accanirsi. Detto ciò, se faccio questo mestiere è perché sono nato in mezzo all'arte». Mi racconta la sua infanzia? «Sono nato a Rimini. Vengo da una famiglia di antiquari. Ho sempre respirato l'odore degli oggetti antichi». Studi? «Classici. A diciotto anni mi sono trasferito a Firenze. Lì c'era Roberto Longhi, guru della storia dell'arte». II suo primo lavoro? «Appena laureato ho insegnato in una scuola media di Signa. Se riesci a persuadere un ragazzino di 12 anni, poi puoi parlare con disinvoltura all'Accademia dei Lincei». Il primo incarico nel mondo della cultura e dell'arte? «Ispettore alla Soprintendenza di Firenze». Nel 1995 è arrivato a fare il ministro. «Chiamato da Lamberto Dini. Mi sono autodefinito "soprintendente ministro del Museo Italia": ho viaggiato per un anno in tutto il Paese. Il carattere distintivo del nostro patrimonio è proprio la presenza capillare sul territorio». Il famoso 'museo diffuso' di cui parla Salvatore Settis. «Chi sta a Viterbo, prima di partire per New York e di mettersi in fila al Moma, dovrebbe affacciarsi nel proprio museo civico. Ci troverebbe la Deposizione di Sebastiano del Piombo. Uno dei quadri più belli del mondo. Un notturno shakespeariano su tavola». Durante i suoi viaggi da ministro qual è il posto più sgarrupato che ha incontrato? «Il Real Sito di Carditello. È una delle meraviglie borboniche, nel Casertano. Ora è devastato. Con mucchi di munnezza sparsi ovunque... La zona è quella che è. Lo dico sempre: se Pompei si trovasse a Firenze o a Bolzano, non sarebbe nelle condizioni in cui si trova». Resca, il direttore della Valorizzazione dei Beni culturali, sostiene che soprattutto in luoghi come Pompei, il soprintendente studioso è condannato a fallire, mentre un manager potrebbe gestire meglio l'emergenza «Lì come in altre parti d'Italia ci vorrebbe una bonifica politico-amministrativa, altroché. In ogni caso, davvero non si può immaginare un soprintendente che abbia il buon senso di tenere i conti a posto?». È successo spesso che non lo sapessero fare. «Sì, ma l'idea di affiancare un bocconiano a uno studioso mi pare ridicola. Considero Resca un amico. Ma non ci dimentichiamo da dove veniamo: Leone X nel 1516 affidò a Raffaello il patrimonio artistico della Chiesa. In quel momento si è affermato il principio che la potestà normativa e prescrittiva dei Beni culturali deve essere affidata a un tecnico. Noi siamo eredi di questa civiltà della tutela. È solo da qualche decennio che è spuntata questa terribile esterofilia che ha introdotto il concetto di redditività dell'arte». È un concetto che non le piace? «Io credo che la vera redditività di un museo consista nella capacità di trasformare le plebi in cittadini. L'azione di incivilimento». Affiderebbe ai privati la gestione di una parte del patrimonio museale italiano? «No. E non amo quei discorsi sciocchi di chi dice: "Le cantine dei musei sono piene di quadri che non vede nessuno, diamoli ai privati, loro sì che saprebbero valorizzarli". Siamo matti? Il deposito di un museo, la riserva, è quasi più importante della parte visibile. È lì che si vede se un museo ha una storia. È il luogo dove le opere stressate da lunghi viaggi si riposano». Ne parla come se le opere fossero viventi. «È come se lo fossero». Opere e viventi. Ha visto la Biennale di Venezia? «Non ancora. Ma credo che ci sia una discontinuità tra l'arte che arriva fino alle Avanguardie e le performance di oggi». Il meteorite che colpisce il Papa di Cattelan «È una provocazione. Un'idea affidata a una figura. Come il teschio in diamanti di Hirst che pure mi piace molto. È l'iperbole della vanitas. L'appagamento estetico che è stato il ruolo dell'arte per millenni, però, oggi è affidato a una sottana o a una pubblicità. Lo stupore e la consolazione li trovi ancora al Prado di fronte a Las Lanzas di Velàzquez. È lì che ringrazi Dio perché hai occhi per guardare. Lo so, ho un'idea un po' reazionaria dell'arte». A cena col nemico? «Con Tremonti. È intelligente. È di cristallo: tagliente e chiaro. Avrei molte cose da chiedergli». Per esempio? «Perché invece di tagliare i fondi alla cultura, non riduce la montagna di sprechi fatta di auto blu, falsi forestali e impiegati nullafacenti? Avendo fatto il ministro già so la risposta: se un politico tocca certi sprechi scoppia il brigantaggio. Ci sono esigenze elettorali immediate". II miglior ministro della Cultura degli ultimi anni? «Alberto Ronchey, che ha portato i privati nella gestione delle librerie e di altri servizi dei musei. Giuliano Urbani che ha varato il Codice dei Beni culturali. E Walter Veltroni che ha assunto moltissimi giovani nei musei». Ilmondo dell'arte ancora oggi è pieno di precari più o meno giovani «Lo so. Sono sfigatissimi. Li hanno ingannati. Gli hanno raccontato che i Beni culturali sarebbero stati motore di sviluppo. E invece i soldi sono finiti. Sperperati». O tagliati. Lei ha detto che sono più gravi i tagli alla scuola che quelli ai Beni culturali. «Lo dico sempre: per scrivere Guerra e pace sono bastati carta e penna. Quel che costa è la formazione di un Tolstoj ed è lì che non si può tagliare». Se lei fosse il premier qual è la prima cosa che farebbe per mondo della altura? «Aprirei i concorsi. Costi quel che costi. Dobbiamo investire nei nostri talenti. Anche per non far morire di senescenza le soprintendenze che sono ancora le migliori d'Europa». Lei che cosa guarda in tv? «Documentari sugli animali. Sui gatti, se possibile. Esiste sotto il cielo una creatura più bella?». Il libro preferito? «Guerra e pace di Lev Tolstoj. Dentro c'è tutto. È un romanzo olimpico che ho letto e riletto». La canzone? «Azzurro, cantata da Adriano Celentano. Roba di un secolo fa: ma io sono antiquato e reazionario, no?». Il film? «Tutto Totò. E i due Amici miei». Conosce i confini della Libia? «Tunisia, Egitto. Ciad... Lampedusa!». L'articolo 9 della Costituzione? «Lo so a memoria. È quello che stabilisce che la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e tutela il patrimonio artistico. I padri costituenti intendevano che deve essere proprio lo Stato centrale a tutelare il patrimonio nazionale. Col federalismo questo meccanismo rischia di naufragare». Perché? «Se la nomina dei soprintendenti divenisse regionale cambierebbe tutto. Il soprintendente dovrebbe cedere alle pressioni dei governatori. Invece è bene che sia un autocrate statale: lontano dai localismi. Sei un sindaco che vuole fare un parcheggio nella piazza storica? Ti capisco, so che ti hanno votato per questo... ma ti blocco. Perché quella piazza è un bene nazionale».
Corriere della Sera
30 Giugno 2011
Il federalismo non fa bene ai musei. Intervista a Antonio Paolucci
VI
Vittorio Zincone
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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