Riduzione "Finora lesperienza della Fondazione Packard a Ercolano è positiva, abbiamo collaborato bene. Ma la continua riduzione dei fondi statali alla Soprintendenza è un fatto molto grave" Intervista allarcheologo Wallace-Hadrill Comè un mecenate americano, il modello al quale tutti pensano ogni volta che invocano un mecenate? Non occorre andare a Los Angeles, ma basta fermarsi a Ercolano per vedere come si comporta David W. Packard, cognome fra i più altolocati delleconomia internazionale, che dal 2000 ha speso 16 milioni di euro nel sito vesuviano, ma senza che si sappia troppo in giro, niente pubblicità, niente logo appiccicato sui biglietti. Packard adora Ercolano, di cui è diventato cittadino onorario, adora lItalia e la letteratura latina. Ma le vicende di questi ultimi anni quattro soprintendenti in ventiquattro mesi, due commissari, fondi e personale ridotti allosso minacciano di mettere a rischio lintero progetto. Sarebbe una iattura, di cui Andrew Wallace-Hadrill, archeologo, a lungo direttore della British School di Roma, ora alla guida del Sidney Sussex College di Cambridge, e responsabile dellHerculaneum Conservation Project, lorganismo finanziato da Packard, neanche vuol sentir parlare. Packard, inutile dirlo, non incontra giornalisti. Professor Wallace-Hadrill, che tipo di mecenate è Packard? «Appartiene a una categoria ben riconoscibile in America, dove tante sono le fondazioni filantropiche senza scopo di lucro e che, per legge, non possono avere ritorni, né profitti né pubblicità». Ma che cosa lo spinge a spendere in cultura? «Oltre a dedicarsi allazienda, ha fatto studi classici latino, greco, storia antica. E nel 1987 ha fondato la Packard Humanities Institute. È parte di quel mondo di ricchi americani che ritengono un obbligo morale restituire in cultura o in beneficenza qualcosa dei tanti guadagni accumulati». Sgravi fiscali? «No. Una fondazione di questo tipo non è tassata, ma i soldi che vi si depositano possono essere solo destinati a scopi culturali o filantropici» Dove interviene Packard? «In varie parti del mondo. Archeologia, musica e cinema sono alcuni dei suoi campi di interesse. A Palo Alto ha ristrutturato un cinema degli anni Venti, che ora proietta solo film di quel periodo. Ha sostenuto progetti su Mozart e sul figlio di Bach. Ha pubblicato manoscritti musicali e ha digitalizzato le concordanze lessicali dellAb urbe condita di Tito Livio». E nel 2000 è approdato a Ercolano. «Unantica passione. Ma determinante è stato lavorare in stretto rapporto con gli archeologi della Soprintendenza, allora guidati da Pietro Giovanni Guzzo, e con la direttrice degli scavi, Maria Paola Guidobaldi. Non lazione autonoma di un privato, ma un intreccio sofisticato ed efficiente di pubblico e privato». E insieme avete avviato restauri? «Anche, ma soprattutto sottoscritto un impegno pluriennale, una gestione del sito che dura oltre la vita del progetto». Mi fa un esempio? «Abbiano recuperato la rete fognaria antica e allestito un sistema di grondaie che convoglino lacqua nei condotti di età romana, evitando le infiltrazioni che provocano umidità e crolli». Quei crolli che hanno funestato Pompei. Resterete a Ercolano? «È nostra intenzione rimanere. Ma il ministero e lo Stato non si possono sottrarre ai loro compiti. Cè il progetto di togliere alla Soprintendenza il 25 per cento dei suoi fondi per distribuirlo altrove. Sarebbe un errore grave. Unaltra cosa: per ogni restauro paghiamo il 20 per cento di Iva. Siamo noi che finanziamo lo Stato, altro che sgravi fiscali».