Quand'è che un cittadino legge sui giornali notizie che riguardano l'urbanistica e la pianificazione del territorio? In genere succede quando qualcosa si inceppa negli ingranaggi degli appalti pubblici, quando scoppia uno scandalo, quando un'associazione o un singolo cercano di opporsi all'ennesima, intollerabile, cementificazione: e i lettori toscani ricorderanno i casi (fra loro diversissimi) delle vicende di Quadra o di Castello, dell'assalto edilizio all'Argentario o alla fiorentina collina di Bellosguardo, o della 'battaglia' di Monticchiello. Ma non mancano le notizie promettenti, ancorché problematiche: come i blitz attraverso cui Matteo Renzi sta progressivamente pedonalizzando il centro di Firenze. Quel che invece sembra mancare, è un'abitudine a condurre su questi temi un dibattito non occasionale che consenta ai cittadini di formarsi un giudizio, per esempio, sui piani strutturali che condizioneranno il futuro comune, o di orientare le proprie scelte elettorali sulla base di una conoscenza reale e di un'informazione libera e qualificata. Il fatto è che è tremendamente difficile parlare chiaramente di una materia complessa come l'uso del nostro prezioso territorio: oltre a saper soppesare con attenzione tutti gli interessi in gioco, occorono infatti competenze non solo propriamente urbanistiche, ma anche giuridiche, sociali e politiche, storiche, storico-artistiche e di molte altre nature. Riaprire questo dibattito, complesso quanto vitale, è esattamente lo scopo dell'ultimo libro di Salvatore Settis, eloquentissimo fin dal titolo: Paesaggio, Costituzione, cemento. La battaglia per l'ambiente contro il degrado civile (Einaudi). Ma perché uno storico dell'arte che ha scritto sulla scultura greca, sulla pittura del Cinquecento o sulla storiografia artistica del Novecento ha deciso di dedicarsi ad un tema come questo? Perché, spiega: «O il nostro patrimonio culturale e paesaggistico nel suo insieme torna ad essere luogo di autocoscienza del cittadino e centro generatore di energia per la polis (come vuole la Costituzione), oppure esso è destinato a perire. La responsabilità etica, civile e professionale dello storico è anche d'intendere questo grave pericolo, e di contribuire a sconfiggerlo». Accettata questa sfida, Settis non si perde nelle deprecazioni retoriche tipiche dell'onanismo della letteratura di denuncia, ma (fondandosi sulla massima senechiana per cui «sa indignarsi solo chi è capace di speranza») va al cuore del problema e prova a rispondere alle due domande cruciali: come è stato possibile che il Paese che ha fatto della propria bellezza un carattere fondante dell'identità nazionale, nonché il Paese con la migliore legislazione di tutela, sia stato deturpato fino a diventare irriconoscibile? E, subito dopo: come è possibile invertire la rotta, e trovare una via d'uscita che ponga un termine al dissennato consumo dell'ecosistema naturale e artistico italiano? Per rispondere alla prima domanda, Settis intreccia un esame delle leggi sul paesaggio e sull'ambiente dall'Unità ad oggi, ad una storia della cultura e dell'etica della tutela: e quella ritessuta da Settis è la storia della lotta secolare, aspra e tuttora vivissima tra l'interesse di alcuni privati e l'interesse generale, e del continuo oscillare tra il potere centrale dello Stato e le mille istanze dei poteri locali. Ma è la risposta alla seconda domanda quella più carica di futuro e, dunque, più appassionante. Qui la via d'uscita viene ravvisata in una diffusa 'azione popolare' che, federando le tante 'resistenze' locali, riesca a reagire agli abusi del potere e alla prepotenza dell'interesse di pochi. Citando un articolo che Giuseppe Dossetti avrebbe voluto nella Costituzione, Settis chiama alla «resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali». Si tratta di un messaggio di fiducia: il futuro dell'Italia, la salvezza del «volto amato della patria» è nelle nostre mani. In questo futuro, Settis assegna alla Toscana un ruolo guida. E lo fa innanzitutto ricordando il nostro passato, plasmato, per esemmpio, dal Costituto senese tradotto in volgare nel 1309, nel quale sta scritto che tra i compiti di coloro che si dedicano «al governamento della città, è quello massimamente che si intenda alla belleça della città per onore, prosperità et acrescimento della città e de' cittadini di Siena». Ma lo fa soprattutto guardando al nostro presente: «forse proprio in grazia di un'antica tradizione di civiltà, oltre che per la competenza e lungimiranza di alcune persone, in Toscana si è capito prima che altrove che la misura è colma, che è ora di invertire la rotta, che qualcuno deve dare questo segnale, che la Toscana può e deve saperlo fare. Forse ancora una volta sarà la Toscana a dare il la all'Italia, a segnare l'inizio di una riscossa, a fare da traino alle altre Regioni e al governo nazionale». La sfida è tipicamente moderna, perché in essa i mezzi di comunicazione hanno il ruolo cruciale di mettere in connessione le competenze scientifiche, i poteri pubblici e i cittadini. L'obiettivo finale è costruire un futuro fedele all'obiettivo di settecento anni fa: lavorare tutti insieme per l'«onore, prosperità et acrescimento della città». Tomaso Montanari