Galimberti, Casati, Vago, Ossola e altri dividono lo spazio (male allestito) con personaggi di gusto discutibile Quarantotto autori scelti dal critico fra quelli che non hanno trovato posto alla Biennale: ma non si capisce con quali criteri Per trovare lingresso, dotatevi di un buon navigatore. Perché non cè un cartello, una freccia o un manifesto che dica dove sia, fra le decine di porte girevoli che frullano sotto il guscio vetrato del nuovo Palazzo Lombardia, laccesso alla costola lombarda della 54esima Biennale di Venezia. Fortissimamente voluta da Vittorio Sgarbi nel suo programma di padiglioni regionali, ideati per distribuire in tutta Italia un migliaio di artisti a suo giudizio meritevoli ma non compresi tra quelli selezionati in Laguna da intellettuali famosi, anche la tappa in Lombardia, divisa fra Mantova (dal 12 luglio) e Milano - aperta ieri, con orari a singhiozzo, pannelli didattici inesistenti e catalogo (forse) in arrivo - vede schierato un gruppo di autori che però fanno a pugni fra loro, in un allestimento dove un mix di tecniche, linguaggi, temi o movimenti complicano, invece di chiarirle, le idee sulle ricerche attive nel territorio. Le 48 opere superstiti, rispetto a un numero iniziale di 100 falciato da numerose defezioni in corsa, vedono alternarsi, tra dipinti, sculture e fotografie, maestri diversissimi, accomunati da un sommario legame con il suolo lombardo, senza che ciò giustifichi una sensibilità diffusa o una storia di incontri e rapporti. Ne sono un esempio il caso di Pilar Saltini, toscana di origini andaluse, classe 1970, cresciuta a Milano ma a Parigi da ventanni, e quello contrario di Robert Gligorov, artista macedone, nato nel 1959, milanese dadozione e fresco reduce da una mostra shock al Pac. Un inventario di massima, insomma, in cui i pezzi dei big galleggiano fra prove meno convincenti di giovani in carriera. Come linterno di fabbrica di Giancarlo Ossola (Milano 1935), padre putativo di una pittura consacrata alle cattedrali dismesse del lavoro (dalla Breda alla Falck), esposto accanto a Led, street artist milanese del '77, autore di un assemblaggio che scimmiotta Rotella quarantanni dopo, o al collega di strada Kayone, allanagrafe Marco Mantovani, 34 anni, writer col pallino dellattualità e unopera dedicata alla catastrofe in Giappone. Graffiti che tallonano fotografie - splendidamente fuori luogo quella di Maurizio Galimberti - , che incalzano dipinti figurativi, opere astratte, fumettoni e via pasticciando. I ritratti di Silvia Marchesini, in bilico fra pop e un retrogusto desueto alla Lempicka, affiancati ai lavori esistenziali e profondi di Iros Marpicati, mentre in mezzo alla figurazione un po trucida del paesaggio dultima generazione spuntano i monocromi di Valentino Vago, capofila milanese dellastrazione lirica, e di Renato Casati, maestro del bianco assoluto e della forma perfetta. Unico scultore in mostra, paradossalmente, un gallerista: Jean Blanchaert, con una Santa Rosalia alta 2 metri fa rimpiangere lassenza di giovani maestri del legno, del bronzo e affini che si sarebbero potuti arruolare nelle mostre recenti da Pomodoro e alla Permanente o fra i vincitori del Premio San Fedele.