Favilla: progetti validi e condivisi, i reati sono problemi personali L'opposizione di centrosinistra nega inciuci di affari ma è chiamata in causa da alcune delle tante intercettazioni LUCCA. «Io indagato? I progetti sotto inchiesta sono validi, se poi qualcuno ha commesso reati si tratta di problemi personali. Il nuovo quartiere di S. Anna e la ristrutturazione dello stadio sono due interventi importanti per la città», si difende Mauro Favilla, 78 anni, sindaco da quattro. Favilla si difende e attacca: «Oggi tutti cercano di scappare ma i due progetti sotto inchiesta erano condivisi da gran parte della città. E il gruppo del Pd si è astenuto». Estate calda, caldissima, a Lucca. E anche il sindaco nel suo aplomb alla fine tradisce una vena di delusione: «Mollare? Sì, la tentazione c'è. E' un grande sacrificio per me non avere intorno una maggioranza unita, coesa e entusiasta...», si sfoga Favilla. Che dopo un lungo passato democristiano (più volte sindaco e anche parlamentare), è tornato con passi felpati, a 74 anni, a Palazzo Orsetti, sede del Comune, come salvatore del centrodestra dopo il burascoso epilogo delle giunte di Pietro Fazzi. Con la «benedizione» politica di Berlusconi. Favilla rischia di tornarsene a casa anzitempo sotto i colpi di un'inchiesta giudiziaria che, intercettazione dopo intercettazione, sta terremotando i sonnacchiosi palazzi del potere lucchese. Un affaire di tangenti, mattoni e palloni. Il sindaco prova ad esorcizzare lo tsunami giudiziario con tecniche andreottiane. Minimizza: «I progetti sono validi. Gli errori sono reati personali». Difende gli inquisiti: «Valentini mi sembrava una persona perbene. Chiari è leggero, lo tenevo d'occhio perché era chiaccherato, ma era anche l'assessore capace di tradurre in fatti i progetti». Fa chiamate di correo: «L'opposizione era nella sostanza d'accordo con noi...». Blandisce: «Marialina Marcucci? L'ho voluta alla guida dell'Ente Fiere perché è persona dai molteplici rapporti internazionali». Ma alla fine Favilla si lascia andare all'amarezza di un signore quasi ottantenne solo, non sorretto da una maggioranza compatta. E sotto i colpi di un terremoto giudiziario che sembra ancora non aver esaurito tutte le sue scosse telluriche. Maurizio Dinelli, ex consigliere regionale Pdl, capogruppo di Forza Lucca, suona la campanella dell'ultimo gong: «Sbaglia il sindaco a dire che le inchieste della magistratura sono fatti personali delle persone coinvolte. Lo stesso sindaco è indagato per concorso in corruzione. Non scherziamo, qui c'è una responsabilità politica della giunta. O il sindaco rilancia il programma della giunta o è inutile stare in consiglio a riscaldare la sedia: meglio andare a casa», spiega. Dinelli fissa anche una data per il possibile finale di partita: l'11 luglio prossimo, discussione sul bilancio. «O Favilla batte un colpo o noi votiamo contro», annuncia. E per Lucca si aprirebbero le porte del terzo commissariamento in diciassette anni. La città politicamente più instabile della Toscana quando Lucca, la Bianca, nelle prima Repubblica era una roccaforte coesa del potere democristiano nella regione rossa. La città toscana che contava a Roma con una classe dirigente che ha espresso sottosegretari e parlamentari di rilievo (da Maria Eletta Martini a Piero Angelini). Il centrodestra lucchese dell'èra Berlusconi è forse finito mercoledì 16 giugno quando sono stati arrestati l'assessore Marco Chiari, Maurizio Tani, dirigente alla pianificazione del Comune, Giovanni Valentini, presidente del Gruppo Valore di Prato ed ex azionista di maggioranza della Lucchese, Andrea Ferro, ex presidente della commissione urbanistica-ambientale del comune di Lucca, nonché figlio del presidente del tribunale e Luca Antonio Ruggi, architetto dello studio professionale di Chiari. Indagati per corruzione, oltre al sindaco, anche l'assessore Giovanni Pierami e il funzionario della Sovrintendenza Francesco Cecati. Sotto inchiesta due provvedimenti cruciali della giunta Favilla: la costruzione di un nuovo quartiere a Sant'Anna e la ristrutturazione dello stadio comunale Porta Elisa. In entrambe le operazioni immobiliari il signore incontrastato è Valentini, patron della Valore, che avrebbe versato - secondo l'accusa - tangenti «travestite» da fatture ai tre professionisti (Tani, Ruggi e Ferro), che poi avrebbero provveduto a girare le somme all'assessore Chiari perchè facilitasse alcuni iter amministrativi legati ai due progetti edilizi. Una triangolazione e un metodo - le tangenti mascherate da fatture - che apparivano così sicuri a Chiari (assessore all'urbanistica nella precedente giunta di Fazzi), che con evidente compiacimento si autodefiniva la «volpe del deserto», come il generale Rommel. La cricca, come la definisce Angelini, autore di tre esposti all'origine, accanto alle denunce dei comitati dei cittadini, dell'inchiesta della Procura, ha potuto operare in «una Lucca che non è più la città di una volta». Spiega l'ex parlamentare dc: «E' una città colonizzata. Valore è una società di Prato. Fiorani si è preso la Cassa di Risparmio e perfino le sedi della banca. La politica è debole». Le intercettazioni rivelano una città in cui la politica insegue gli affari. Una Lucca senz'anima. Senza ambizioni che non siano i tornaconti privati. L'ingegnere Andrea Ferro, figlio del presidente del tribunale, ad esempio, racconta al padre preoccupato: «C'è un accordo con l'assessore (Chiari, ndr.) ma io dirò che non c'è. Al massimo gli ho versato 500 euro per un lavoro che mi ha fatto fare». E ancora. Gli ex collaboratori raccontano che loro firmavano le pratiche ma il geometra Marco Chiari, divenuto assessore, si prendeva la percentuale più alta in quanto «la forza dello studio (tecnico) era data dal fatto che lui, nella sua veste di assessore, poteva facilitare e favorire le pratiche. E, in tal modo, acquisire sempre più numerosi clienti», ha raccontato l'architetto Miriam Baccelli ai magistrati. E l'opposizione? Il sindaco racconta che sullo stadio c'era una condivisione, almeno nella sostanza dell'intervento. E sui Marcucci aggiunge con una punta di veleno: «Condividono alcune cose ma poi escono escono sulla stampa sostenendo il contrario». Il riferimento è ad Andrea Marcucci che ha chiesto le dimissioni del sindaco. «Noi siamo stati sempre contrari alla politica urbanistica della giunta», ha spiegato Marcucci al Tirreno. Andrea Tagliasacchi, ex candidato del centrosinistra a sindaco, domenica al Tirreno, ha negato inciuci di affari con Valentini. Ma in un'intercettazione annuncia al patron della Valore «un atteggiamento abbastanza positivo» del gruppo sullo stadio. Semplici cinguettii telefonici? Può darsi. «La Lucchese era reduce da due promozioni consecutive che l'avevano riportata in Prima divisione. E la questione relativa a nuovi impianti è stata non solo a Lucca al centro del confronto politico», spiega Tagliasacchi. Alla fine l'impressione è di una Lucca politica in cui il centrodestra è diviso e inquisito mentre il centrosinistra sembra salvarsi l'anima (a proposito di stadio e pallone) in calcio d'angolo.