Gli altri anni eravamo più preoccupati perché non sapevamo come andava. Quest'anno, alla terza edizione, siamo abbastanza ottimisti sui risultati. Certo guardando al futuro qualche problema esiste perché la Fiera meriterebbe la possibilità di sviluppo e a questo punto l'organizzazione attuale è insufficiente. Considerando che gli editori hanno dimostrato di crederci moltissimo, non solo per il numero degli iscritti, ma soprattutto per la quantità delle manifestazioni che loro stessi hanno organizzato, è una fiera che ha bisogno di più spazio, anche se vederla in un'ottica di sviluppo in questo momento riesce un po' difficile. Così Enrico Iacometti, presidente delle edizioni Armando Armando (fondata nel '49), nelle vesti di presidente del Gruppo Piccoli Editori di Varia dell'Associazione italiana editori (Aie), alla vigilia dell'apertura della Fiera della piccola e media editoria Più libri più liberi che da mercoledì 8 a domenica 12 riunirà a Roma, nello "stretto" Palazzo dei Congressi EUR, 242 stand per un totale di 337 marchi editoriali e un intenso programma di eventi culturali, che annovera oltre 180 iniziative e 600 relatori, tra i quali Gianni Amelio, Stefano Benni, Khaled Fouad Allam, Lisa Ginzburg, Carlo Lucarelli, Lidia Ravera e moltissimi altri. Per una manifestazione che sposa gliincontri culturali con quelli professionali. Perché lo slogan di quest'anno è "Salviamo le idee"? Vogliamo evidenziare ancora di più la funzione della piccola editoria che è soprattutto quella di trovare nuovi autori, nuovi generi e di esplorare gli spicchi di mercato trascurati dai grandi. Questo richiede una grande creatività che poi è la ricchezza maggiore delle piccole aziende editoriali. "Salviamo le idee" non è un grido di dolore: vuole essere indirizzato ai media e alle istituzioni affinchè abbiano sempre ben chiare le funzioni della piccola editoria. Visto che dal 2000 a maggio 2004 dei 217 film usciti in Italia tratti da libri, 43 provengono da libri di autori italiani e ben 29 sono libri pubblicati da piccole o medie case editrici, siete piccoli solo di nome... Il termine piccolo è un termine riferito soltanto al fatturato perché certamente esistono tra i piccoli editori quelli che hanno un catalogo di oltre mille titoli. Esistono editori che fanno oltre 150, 200 novità all'anno o hanno una storia ultra cinquantennale con un catalogo ricchissimo di autori. Il piccolo ha solo un valore economico. Noi abbiamo preso come limite per l'iscrizione alla Fiera di Roma 10milioni di euro di fatturato di copertina. Per restare a galla la piccola editoria ha bisogno di finanziamenti, ma in questo momento c'è un po' di dispersione nell'accesso ai contributi. Come vi state orientando? Ebbene sì, purtroppo o per fortuna è realtà il decentramento amministrativo che ha fatto sì che ci sono ora più soggetti: molte competenze sono andate, per esempio, alle Regioni. Già prima c'erano molti Ministeri che si occupavano del libro e non c'era coordinamento tra Beni culturali e Pubblica Istruzione, Esteri e Presidenza del Consiglio. Abbiamo sempre cercato come editori di avere un unico punto di riferimento. E oggi questa cosa si è addirittura aggravata perché molte delle funzioni stanno passando alle Regioni. Si corre il rischio che alla fine ci saranno finanziamenti a pioggia, che credo ostacoleranno progetti più seri e importanti. I tre anni di sperimentazione della legge sul prezzo dei libri di limitare lo sconto al 15, dove vi ha portato? Si sperava che nel frattempo si varasse la legge sul libro della quale era una delle voci. Questo non è accaduto. L'opinione dei piccoli editori è quella di mantenere il prezzo stabilito dall'editore e non lasciare il prezzo libero. Noi piccoli siamo tutti abbastanza compatti e convinti che la liberalizzazione del prezzo danneggerebbe la categoria. Quali sono i problemi che i piccoli editori devono affrontare tutti i giorni? Il problema più grosso, che vale sia per i grandi che per i piccoli, è quello di aumentare la base dei lettori. Le problematiche che invece hanno i piccoli editori sono al primo posto il problema della distribuzione, al secondo il problema della difficoltà di accesso al credito, al terzo il poco spazio che hanno sui media. Queste tre cose ci accomunano un po' tutti. Noi dovremmo come strategia di gruppo concentrarci su questi tre grandi problemi e vedere di cercare delle soluzioni. Delle 560 librerie in Italia 437 appartengono a marchi editoriali, il restante a "librai indipendenti", questo vi penalizza? Le librerie Feltrinelli, per fare un esempio, fino a poco tempo fa davano ampio spazio a tutti i piccoli editori. Adesso anche loro hanno sposato la strategia del supermercato, cioè che il centimetro quadro deve rendere tanto, devono fatturare tanto e quindi in questa logica siamo penalizzati. Salvo qualche eccezione, i piccoli editori non hanno libri che hanno una vendita rapida. Sono libri che vendono nel tempo. Si fanno continue ristampe. Quindi è chiaro che la logica del supermercato ci penalizza. Il nostro libraio ideale, di catena oppure indipendente, sarebbe il libraio attento a ciò che si produce e che se il libro non lo ha in negozio s'impegna a procurarlo. Un'ipotesi di soluzione è di selezionare tra piccoli editori e librai un certo numero di librerie virtuose che dedichino maggiore attenzione alla nostra produzione.