L'obiettivo era la sicurezza Furono chiamati a lavorare per la fortificazione dell'isola architetti, ingegneri e tecnici di un certo rilievo che operarono lungo le coste. Caratteristica ricorrente delle torri è la pianta quadrata, ma non mancano quelle a sezione circolare, articolata su tre elevazioni: la base, il piano operativo e la terrazza Delle tante torri documentate che esistevano nei punti strategici del litorale, attualmente solo poche sono ancora in discrete condizioni. Esse rappresentavano, almeno nelle intenzioni del viceré Giovanni de Vega (1547-1557), un sistema di postazioni tale da avvisare, in caso di pericolo, non solo la zona prossima alla torre, ma addirittura la Sicilia intera, attraverso segnali di fumo e di fuoco. Le torri furono iniziate a costruire nel 1549, quando si avvertì la inderogabile necessità di approntare in tutta l'Isola difese adeguate e rispondenti ai continui attacchi provenienti dalle coste che avevano messo in crisi i traffici mercantili in tutto il Mediterraneo e provocavano fughe generalizzate delle popolazioni rivierasche. Avevano bisogno di difesa tutte le città e i centri abitati, i trappeti di cannamele, i mulini, le saline, i campi, i caricatori e i porti (Mazzarella-Zanca, 1985). Esistono torri nel territorio assai antiche, anche se le aggiunte e le modifiche dei secoli successivi hanno agito profondamente sugli edifici in modo tale da alterarne in parte la base di partenza storica, come torre Scalambri, quest'ultima oggi destinata ad abitazione privata. Furono chiamati a lavorare per la fortificazione dell'isola architetti, ingegneri e tecnici di un certo rilievo che operarono anche nelle coste iblee. Caratteristica ricorrente delle torri è la pianta quadrata, ma non mancano le torri a sezione circolare, articolata su tre elevazioni: la base, il piano operativo e la terrazza. La base s'appoggia su un appedamento variabile secondo l'orografia del terreno ed è priva di aperture, servendo da supporto alla costruzione soprastante. Alla torre si accedeva dal primo piano mediante una scala retrattile di legno o di corda. Il primo piano è coperto da una volta a botte ed è spesso composto da un unico ambiente, con una finestra sul lato del mare, la bocca di presa della cisterna, riquadrata in marmo o in pietra dura, e la scala di accesso alla terrazza ricavata dallo spessore dei muri. La terrazza è cinta verso il mare da un parapetto di notevole spessore e dal proseguimento dei muri verso terra. Il parapetto è attondato ed inclinato nella parte terminale e presenta, in genere, tre interruzioni in corrispondenza delle troniere. All'esterno della torre, in direzione della porta d'ingresso, è sistemata una "caditoia", una fessura aggettante su mensole in tufo sagomato, utilizzata per il lancio di pietre o liquidi bollenti sugli assalitori. Le superfici esterne sono scandite verticalmente da costoloni angolari, appiombati i superiori e scarpati gli inferiori, in grossi conci perfettamente squadrati. Orizzontalmente sono movimentate da marcapiani, mentre le murature sono di pietra informe locale. Cessata la loro funzione originaria, nel 1830 con la conquista francese di Algeri, che eliminava definitivamente il pericolo barbaresco, queste pregevoli fabbriche resteranno quasi tutte abbandonate, esposte agli agenti atmosferici, all'azione dell'uomo che ha adibito le torri a ricovero di attrezzi e di bestiame, affronteranno nuove e più devastanti guerre per le quali non erano preparate, subiranno forzate manomissioni e saranno violentemente inglobate dagli sviluppi urbanistici. A parte le torri di cui sono rimaste delle semplici rovine, le altre sono state trasformate in stalle, magazzini, caserme, abitazioni private, locali pubblici, ma nessuna è entrata a far parte delle strategie culturali, nonostante rappresentino un ingente patrimonio monumentale. Tutte queste torri disegnano tuttora il paesaggio ibleo "con l'incisività dei loro profili massicci e compatti - scriveva nel 1989 Rosanna Pirajno - in una inaspettata simbiosi che combina a rigorose stereometrie di pietra con le ondulate estensioni delle coste". Torre Vigliena Chiamata "Braccetto" o "Colombara", è posta all'estremo braccio della Colombara che termina nella punta Braccetto. Dalla sua posizione, nelle immediate vicinanze del mare, in zona pianeggiante e poco elevata, controllava perfettamente la zona e corrispondeva verso sud con le vicine torri di Pietro e Scalambri, mentre verso nord si sarebbe dovuta legare a Camarana tramite un'altra torre mai edificata. La costruzione fu iniziata nel 1595, a spese per metà del marchese Celestri, e fu terminata verso il 1607, sotto il viceregno di Giovanni Fernandez Pacheco marchese di Villena da cui prese il nome. Era una torre di media grandezza. Oggi, della torre resta solo un rudere a sezione quadrata di metri 10,70 di lato, in pietra informe, che corrisponde a una parte della zona basamentale. Accanto esistono ancora resti di magazzini secenteschi, una grande cisterna interrata scavata nella viva roccia, un pozzo e una trincea militare. "Sarebbe auspicabile - scrivevano nel 1985 Mazzarella e Zanca - la sistemazione urbanistica dell'intera zona, con vialetti, illuminazione ed essenze arboree, e il restauro dei manufatti sopravvissuti per una più consona valorizzazione". Torre di Pietro Chiamata anche di "Santa Croce" o di "Mezzo". Si trovava su una punta di poco elevata sul mare ad eguale distanza tra torre Braccetto e torre Scalambri. Fu costruita nei primi anni del Seicento su proposta del Camilliani. Attualmente resta un rudere a sezione quadrata, con ben visibile lo spigolo nord, in conci squadrati, a base scarpata e marcapiano bombato soprastante. E' stato recentemente consolidato dalla Soprintendenza affinché permanga a testimonianza dell'antica funzione della torre. Torre Scalambri Identificabile con torre di "Punta Secca", era detta anche "Scalibro" o "Scarami" e si eleva sull'omonima punta, in prossimità della spiaggia, oggi inserita nel tessuto urbano del borgo di Punta Secca. In questa punta si vuole tradizionalmente che sia stato uno dei tanti approdi di Ulisse. La torre esisteva già nel 1597 e apparteneva ad un certo Giovanni Bellomo ed è radicalmente diversa dalle classiche torri di deputazione erette sul finire del XVI secolo per la sua natura di torre privata. Attualmente, ha una sagoma parallelepipeda, articolata su tre piani, con pianta quasi quadrata di metri 8,50x9,20. L'elemento originale residuo è la scarpa esterna di base, nel fronte verso il mare. L'aspetto esterno è stravolto da un intonaco di colore grigio e dall'inserimento su tre lati di tre ordini di balconi in muratura moderna. Mediante un passaggio aereo, l'edificio si appoggia ad un contiguo edificio di recente costruzione. La torre è adibita ad abitazione privata, ma necessiterebbe di alcuni lavori per riportarlo alle sue linee originali, come l'eliminazione dei balconi e la rimozione dell'intonaco grigio. (Fonte: Mazzarella-Zanca, 1985) Torre Mazzarelli Veniva chiamata anche "Cadimeli", dal feudo in cui ricadeva, e si trova all'interno della frazione Marina di Ragusa, in prossimità della piazza centrale, vicina al mare, confinante con altre recenti costruzioni. Costruita alla fine del secolo XVI, era servita da quattro soldati ed era sin dall'origine sotto la soprintendenza del duca di San Filippo, della famiglia degli Arezzo, poi nel 1808 affidata al duca di San Lorenzo e nel 1811 a Saverio Nicastro, governatore di Pozzallo. Per eredità il possesso della torre è trasferito al barone Paolo La Rocca Impellizzeri, il quale, verso la fine dell'Ottocento, ne abbatte la parte superiore, ormai fatiscente, e trasforma la rimanente in una grande terrazza che si affaccia sul mare e fa come un corpo unico con il villino costruitovi a ridosso. Del manufatto originale resta solo un basamento in bei blocchi squadrati ottimamente conservati che supporta una terrazza. Assieme al villino adiacente è adibita ad abitazione privata. (Fonte: Mazzarella-Zanca, 1985; Mignemi, 1988) Torre di Donnalucata Chiamata anche torre "Rizzo" o torre "Dammuso", sorge sulla collina in posizione elevata a circa 700 metri dal mare. Esisteva già nel 1584 ed era proprietà di un certo Francesco Rizzo di Scicli, da cui trasse uno dei nomi, mentre nel XVIII secolo passò di proprietà dei padri Gesuiti di Scicli. Si tratta di una costruzione rustica fortificata, di modeste capacità difensive, dall'elegante aspetto esterno. A causa di frane verso valle è stato costruito successivamente un cinturone murario fino al primo piano, per tre lati. L'esterno è caratterizzato dall'impiego di pietra viva informe con cantonali squadrati, sobrie cornici alle finestre del primo piano, attico con parapetto a gradinate che sembrano merli. Della fabbrica originaria rimangono soltanto i muri perimetrali, alcune volte a crociera e i resti di pavimentazione in acciottolato. L'attuale proprietario ha recentemente restaurato l'edificio adattandolo a ristorante pizzeria. (Fonte: Mazzarella-Zanca, 1985; Selvaggio, 1990) 28062011