Si è chiuso in meno di 72 ore il cerchio dell'inchiesta sul rogo che mercoledì notte ha devastato il deposito delia Letteraria agli ex Magazzini generali di Verona. Per la Digos è stato il 62enne Claudio Arletti, il custode, ad aver permesso a due veronesi e tre romeni di rubare libri, e poi a causare l'incendio che, secondo le prime stime, avrebbe distrutto 70 mila preziosi volumi. L'uomo è indagato per incendio e furto. Il premio più bello, gli investigatori che hanno risolto il caso del rogo del deposito di libri antichi in Zai, lo hanno ricevuto ieri mattina quando al portone della questura ha suonato un signore che aveva sottobraccio un atlante storico dell'Ottocento. Si era accorto che sulla prima pagina c'era il marchio della Società Letteraria e, appreso del furto, ha voluto spontaneamente riconsegnarlo ai legittimi proprietari. A quell'ora il giallo era già stato risolto da qualche ora. A dare fuoco ai libri storici conservati nel deposito degli ex Magazzini Generali, secondo gli investigatori della Digos diretti da dal funzionario Gonario Antonio Rainone, e gli agenti del commissariato del dirigente Massimo Sacco, è stato uno dei sorveglianti dell'area. L'uomo, Claudio Arletti, 62 anni, è stato indagato in stato di libertà dal sostituto procuratore Fabrizio Celenza per incendio aggravato e furto aggravato e continuato in concorso. L'uomo ha ribadito la propria estraneità ai fatti che gli sono stati contestati e si è sospeso da ogni incarico. Chiarito anche il movente: il rogo doveva coprire i furti che erano stati commessi a più riprese negli ultimi due mesi. Gli agenti hanno anche scoperto due stabili in cui erano conservati 17 mila volumi, che sono stati recuperati; la gran parte era conservata in 587 scatoloni trovati in un deposito di San Michele Extra. Altre cinque persone sono finite nei guai. Si tratta di due veronesi, indagati in stato di libertà per furto in concorso e ricettazione, e di tre rumeni, anche loro indagati per furto in concorso; questi ultimi frequentavano gli ex Magazzini. Le indagini hanno anche accertato che i libri rubati erano destinati alle fiere e nei mercatini rionali di antiquariato. A insospettire gli investigatori sono state in primo luogo le incongruenze riscontrate tra il racconto di Arletti e le altre testimonianze raccolte. E poi alcuni dati oggettivi. Come la difficoltà di far uscire i libri dall'unica finestrella posta anche a una certa altezza: il portone, infatti, si poteva aprire solo dall'interno. Arletti era di turno come sorvegliante dell'area la sera del rogo. L'associazione di cui è volontario, «Vivere la città», ha infatti ottenuto dal Comune uno spazio agli ex Magazzini generali in cambio del servizio di sorveglianza. E l'uomo aveva dichiarato che nel primo giro, effettuato alle 21, non c'era nulla di strano, mentre nel secondo aveva notato il fumo uscire da una finestra del deposito. Una versione che non aveva convinto. Perciò erano scattati i controlli. Nelle ore immediatamente successive si era scoperto che il rogo era doloso: le fiamme erano partite dalle due estremità della fila in cui erano allineati gli scatoloni con i libri ed erano state innescate da una sostanza infiammabile. La svolta, però, si è avuto l'altro giorno quando gli investigatori sono arrivati al deposito di San Michele in cui erano accatastati i 17 mila libri. La scoperta ha permesso di ricostruire con esattezza quanto era avvenuto. I furti, ha spiegato ieri il questore Luigi Merolla che ha seguito personalmente tutta l'indagine, erano cominciati un paio di mesi addietro. Arletti sapeva cosa c'era nel deposito e aveva pensato di trarne profitto. Per entrare utilizzava una finestra e con lui, a turno, c'erano le altre cinque persone. I tre rumeni che in un primo tempo avevano solo il compito di aiutare gli altri, successivamente avevano anche agito da soli, prelevando dei volumi che avevano poi cercato di rivendere. I due italiani, invece, avevano prelevato i libri e li custodivano in altrettanti depositi: quello di San Michele e uno più piccolo. La rivendita, però, non era stata così semplice. Uno dei due indagati non era riuscito a piazzarne neppure uno. Il rivenditore a cui li aveva offerti, infatti, si era accorto del timbro a secco che indicava la provenienza e li aveva restituiti al mittente. Il secondo «fornitore», invece, era riuscito a cedere qualcosa sul mercato; ma una buona parte era stata rintracciata dagli agenti. I prelievi si erano ripetuti fino a quando Arletti aveva saputo che di lì a poco si sarebbe effettuato il trasloco: ai primi di gennaio i libri dovevano tornare nelle stanze restaurate di piazzetta Scalette Rubiani. E in quell'occasione i proprietari avrebbero scoperto che mancavano migliaia di volumi. Per questo, hanno detto i poliziotti, ha appiccato il rogo. Sperava che le fiamme coprissero i furti. Ma ad andare in fumo, stavolta, è stato il suo progetto. Alla Letteraria la notizia ha portato un minimo ma benvenuto sollievo. «Certo, il danno rimane enorme ma almeno non tutto è andato perduto», spiega il presidente Alberto Battaggia, che conferma come il trasloco sarebbe dovuto iniziare a breve. E spiega perché non si era potuto fare prima: «Le stanze erano pronte a inizio anno. Ma ci era stato chiesta una perizia prima di accatastare un tal peso nell'edificio. Inoltre, il trasloco non si poteva improvvisare ma avrebbe dovuto essere effettuato da una ditta specializzata. Il nostro obiettivo era finire i lavori di restauro alle stanze rimanenti (tre sono pronte, ma ne mancano altrettante) e nel contempo reperire i fondi per il trasloco».