Al Teatro Argentina di Roma poche recriminazioni e molte proposte nell'incontro promosso dall'associazione fondata dal presidente della Ferrari. Crescita e solidarietà, le parole chiave per mettere insieme Stato e imprenditoria. Luchino: «Ci vogliono persone per bene». Ma per Escobar «non è solo mercato». All'esterno la protesta del Valle. «In un momento in cui non c'è un euro per la cultura ci chiedono di portare i ministeri al Nord»: il pubblico è stanco e accaldato quando Luca Cordero di Montezemolo sale sul palco del Teatro Argentina, ma ha seguito in rigoroso silenzio per tutto il pomeriggio Cultura, orgoglio italiano, il convegno organizzato da Italiafutura. Si scaglia contro una «seconda Repubblica che deve finire» il presidente della Ferrari, mentre in sala molti sembrano convinti con Luchino che «la cosa pubblica non deve appartenere solo alla classe politica». E che «più che una crisi economica, l'Italia stia attraversando una crisi di identità: così rischia di esplodere». Insomma la salvezza sarebbe nell'intervento della società civile per contrastare una «politica debole ma invasiva in tutte le aree del paese». La soluzione? Per la politica: «Aprire una fase costituente per riscrivere le regole della democrazia». Perla cultura: «Un governo di persone per bene» che favoriscano l'incontro tra pubblico e privato. Incontro che però va sostenuto dallo Stato con «una politica fiscale giusta per investire in cultura, altrimenti non si è imprenditori ma mecenati, che è diverso», ma soprattutto «uno Stato che non investe nella cultura e nella scuola. è uno Stato che non pensa al futuro». Crescita e solidarietà le parole chiave. La crescita è stato il tema centrale della giornata. La solidarietà è in generale per i precari («Se fossi precario non vivrei. La condizione di precario sul lavoro non è augurabile neanche al peggior nemico») e, in particolare, per gli occupanti del teatro Valle che manifestano fuori (presi in simpatia anche da Daniele Luchetti che invita ad andarli a trovare:«Che faremmo se i teatri chiudessero come il cinema Metropolitan»). E ai politici dice «se in un Paese non ci sono risorse bisogna trovarle, per esempio facendo pagare le tasse» (ovazione) «e scoprendo dove va quel denaro» (altra ovazione). Poi cita Riccardo Tozzi sul cinema «ci facciamo del male a vicenda» perché «troppo spesso il mondo della cultura e l'industria culturale sono rappresentati come il regno del piagnisteo, dove non si farebbe altro che attendere la mano pietosa dello Stato, oggi non ho sentito nessuno qui dentro chiedere soldi», però bisogna «razionalizzare il settore, ma con il laser e non con il macete». Sulla stessa linea di connessione pubblico-imprenditori è Diego Della Valle che aveva aperto l'incontro quattro ore prima, forte del suo intervento, imprenditoriale, al Colosseo di Roma (che comunque campa con 34 dipendenti a fronte di 5 milioni di visitatori l'anno, e a dirlo è Roberto Cecchi il segretario generale dei Beni culturali, mica uno qualunque) lancia l'amo anche a Moratti «mi piacerebbe che invece di occuparsi di capire se la palla è in fuorigioco o meno, dicesse: "sono milanese e mi occupo di questo pezzo di Milano"». Una logica all'americana insomma (dove però per chi investe in cultura ci sono gli incentivi) per creare una rete di imprenditori da "sensibilizzare". Per Andrea Carandini il Mibac è addirittura una «trincea che resiste, resiste, resiste». Ancora presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, nonostante le dimissioni annunciate il 14 marzo scorso per protestare contro i tagli al settore e ritirate dopo la promessa di rimpolpamento, Carandini ricorda che l'articolo 9 della Costituzione «obbliga alla tutela del patrimonio culturale». E sottolinea la differenza tra «una società industriale dove la cultura è separata da tutto il resto» e una postindustriale dove «produzione e industria sono intrecciate». Parla di «egoismo civile», Francesco Bonami, quello dei ricchi cittadini americani che finanziano i musei per esserne orgogliosi di fronte agli stranieri in visita. Per di più «la cultura è una scelta: si costruisce, non è dovuta alla geologia di un paese». Tanto meno al conto in banca «posso scegliere se spendere i soldi per due birre o andare la museo». La proposta è gestire i beni, che restano dello Stato, in collaborazione con enti territoriali e privati. Il più applaudito è Daniele Luchetti - che incassa anche i complimenti di Luchino - che si complimenta con Galan perché «è la prima volta che un ministro di questo governo ascolta il cinema», anche perché se «un paese non ha il cinema, non ha più un'immagine nel mondo». Il più preoccupato, Sergio Escobar (che ha un soprassalto quando, un'alquanto stordita Malika Ayane chiama la storica sala di Milano il Teatro Piccolo invece che il Piccolo Teatro) e ci va giù duro: «la politica non ha capito la realtà, poi invece, come avviene nei fatti recenti, la realtà si fa vedere» (anche se vuole « prendere a schiaffi» la delegazione del Valle che all'ingresso ha minacciato di occupare anche la sala fondata da Strehler). E poi «in Italia si organizzano tanti convegni sulla cultura. Se ne parla ma non si fa». Poi, pensando che si sia parlato un po' troppo di mercato, così corregge: «il buon incasso è importante, ma la ricaduta della cultura sul mercato non si calcola solo in questi termini». E ribadisce un principio che crede molti non abbiano molto chiaro: «Anche noi produciamo. Sì produciamo Cultura». Il ministro Galan è portatore di liete novelle: «Sono partiti i bandi per il rinnovo delle concessioni dei servizi nei musei statali» e, assicura, «prestissimo poi partirà anche Pompei». Speriamo non sia il solito convegno «dove si parla ma non si fa».
Montezemolo: Basta piagnistei, apriamo ai privati
Al Teatro Argentina di Roma si è svolto un convegno promosso dall'associazione fondata dal presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo. Il tema centrale è stato la crescita e la solidarietà, con un'attenzione particolare alla cultura e alla scuola. Luchino ha sottolineato l'importanza di persone per bene nella politica, mentre Escobar ha criticato la politica debole e invasiva. Carandini ha ricordato l'articolo 9 della Costituzione che obbliga alla tutela del patrimonio culturale. Bonami ha parlato dell'egoismo civile e della cultura come scelta.
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