I privati passano dal mecenatismo filantropico alla condivisione del proprio patrimonio C'è, nell'ottocentesco cortile ottagonale di Palazzo Canonica a Milano, una scultura di Arnaldo Pomodoro. Finora quella scultura e quel cortile erano proprietà privata, a vederli potevano essere alcuni «felici pochi». Da settembre il palazzo e l'adiacente Palazzo Beltrami, storica sede della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala, diventano un museo aperto a tutti. Come accessibili e fruibili da tutti saranno i capolavori d'arte, gli archivi storici, le collezioni di uno dei più importanti gruppi bancari italiani. E' questo il senso del «Progetto Cultura» di Intesa Sanpaolo, presentato ieri da Giovanni Bazoli. In un Paese in cui il patrimonio artistico e architettonico va a pezzi, sia per i sempre più drastici e frequenti tagli alla cultura, sia per l'approssimazione nel tutelarlo e valorizzarlo da parte dello Stato (pensiamo a Pompei), la data di ieri assume un valore in qualche modo storico. Tanto più se, come faceva notare il ministro Galan, si aggiunge la concomitante presentazione, a Roma, del progetto di restauro di uno dei simboli di questo patrimonio, ossia il Colosseo, da parte di un gruppo industriale come quello di Diego Della Valle. La data è importante perché il progetto di Intesa Sanpaolo rappresenta una svolta e un salto di qualità nel rapporto tra privato e pubblico in campo culturale. Finora, come ha sottolineato Bazoli, l'intervento dei privati e delle banche in particolare oscillava tra il mecenatismo filantropico e le sponsorizzazioni utilizzate perlopiù strumentalmente a fini di marketing aziendale. Ora si tenta una via originale, che vede la nascita di poli museal veri e propri, nel cuore di città come Milano, Vicenza, Napoli e in futuro Torino. Poli museal con tutte le caratteristiche di utilizzo pubblico di beni finora privati, che vanno dagli edifici ai capolavori di Hayez odi Warhol E se si pensa alla crisi che in questo momento stanno attraversando, soprattutto nel campo dell'arte contemporanea, musei voluti da enti locali che poi non si rivelano in grado di sostenerli né con finanziamenti adeguati né con progetti che vadano al di là della pura sopravvivenza (basti citare Rivoli a Torino, il Macro a Roma o il Madre a Napoli), si capisce l'importanza che nello scenario culturale italiano assume un simile progetto. Un progetto che si rivela strumento essenziale per integrare le politiche culturali di enti locali le cui casse sono sempre più vuote. Non a caso il neosindaco di Milano Giuliano Pisapia si è dichiarato felice di quello che considera un «dono», che si inserisce molto bene nel suo progetto di apertura alla collettività di beni artistici finora non usufruibili da tutti. Quello che però colpiva, ieri alla presentazione del progetto, era anche la velocità con cui si è passati dalla fase ideativa a quella operativa. Il Progetto Cultura è stato messo a punto due anni fa, si è quindi arrivati all'individuazione degli edifici, il cantiere è partito a gennaio, l'inaugurazione del primo museo, quello con le opere dell'800, sarà a settembre. E anche questo esempio di capacità realizzativa non è da poco in un paese in cui, soprattutto in campo museale, dall'idea all'attuazione possono passare decenni (il Maxxi di Roma, ma anche - per rimanere a Milano - la Grande Brera insegnano). Si finisce così per apprezzare ancora di più quello che Bazoli ha definito il fondamento etico che ha spinto a varare un simile progetto, non a caso in concomitanza con le celebrazioni per i 150 anni dell'Unità di Italia. Un modo per far vedere che non è spento quello spirito risorgimentale («Fare cultura per fare l'Italia») che animava Manzoni e i pittori dell'800 lombardo i cui capolavori si rivedranno a Palazzo Anguissola.