Martino: «L'archeologia è spesso ostacolata dal conflitto tra interessi privati e pubblici» La realizzazione di un museo archeologico e la sottrazione alla speculazione nell'area della zona falcata. Sono questi i due punti da cui deve ripartire l'archeologia urbana a Messina. All'incontro-dibattito sul tema "Un futuro per il passato. Storia e miseria dell'Archeologia urbana", tenutosi ieri pomeriggio al PalAntonello, per iniziativa delle associazioni "Marx XXI" e "Italia Nostra", non ha potuto partecipare il prof. Mario Torelli, uno dei più eminenti archeologi italiani, bloccato in autostrada a causa di un incidente stradale. Gli organizzatori hanno promesso un futuro incontro con l'illustre archeologo e gli altri relatori hanno, comunque, offerto numerosi spunti di riflessione. A partire dal prof. Federico Martino, professore emerito di Storia del Diritto Italiano della nostra università, il quale ha esordito sottolineando come «le disastrose condizioni idrogeologiche e la forte sismicità del nostro territorio abbiano consentito la sopravvivenza di cospicue testimonianze del passato, da cui è impossibile prescindere. Ma l'archeologia è spesso condizionata e ostacolata dal conflitto tra interessi privati e interessi pubblici e la quasi scomparsa della tutela dei beni pubblici, negli ultimi anni, ha accentuato le difficoltà». È fondamentale, dunque, che le problematiche non vengano segnalate singolarmente, ma trattate nella loro complessità, per disegnare un progetto e stabilire priorità d'interventi. «Bisogna far fronte comune e formulare proposte concrete per cui battersi tutti insieme», ha concluso Martino. Degli ostacoli quotidiani (a esempio parcheggi, fognature, traffico), con cui devono scontrarsi gli archeologi che scavano in città rispetto a quelli che più facilmente operano in campagna, ha parlato Salvatore Scuto, soprintendente per i Beni culturali e ambientali. A proposito dell'esigenza di creare un museo, il direttore della Sezione Beni archeologici della Soprintendenza, Gabriella Tigano ha affermato che «i tempi per la realizzazione di quest'opera sono maturi e il nostro patrimonio culturale è notevole». Già nel '98, al teatro Vittorio Emanuele, si era tenuta una mostra in cui erano stati esposti 2.500 reperti. Il paradosso è che in numerosi paesini della nostra provincia sono stati aperti degli antiquari e che Milazzo vanta un bellissimo museo. Ci si chiederà, allora, perché Messina che ha le possibilità e la necessità di un museo, ne sia sprovvista. La risposta più ovvia è la solita: mancano i soldi. Ma non è l'unica. Un altro aspetto da non sottovalutare è la disattenzione generale rispetto ai nostri reperti storici. Perché questa disaffezione? Perché non c'è informazione. È impensabile che la gente possa partecipare attivamente se non viene sensibilizzata a dovere circa l'importanza di certi documenti. Abbiamo il diritto di godere e fruire dei nostri beni culturali. «L'archeologia urbana può funzionare solo se c'è condivisione» ha chiosato Scuto. Nel corso dell'incontro è stato ricordato Giacomo Scibona, archeologo messinese che si è battuto, nel corso della sua vita, per la salvaguardia del territorio, dedicando il suo tempo a tale sua autentica passione. Prematuramente scomparso, nel 2009, viene oggi ricordato come uno dei personaggi più illustri della storia dell'archeologia moderna. La moglie di Scibona, la prof. Concetta Giuffré, presente in sala, è intervenuta evidenziando come «il basso profilo culturale delle istituzioni politiche si può vincere solo con una comunicazione martellante e con unità d'intenti da parte di Soprintendenza e Università».