Il Fondo per lo spettacolo, i bilanci, l'incontro tra pubblico e privato. «Serve una rivoluzione copernicana» L'idea del direttore del Piccolo Teatro: «Milano modello di efficienza» MILANO Sta per scoppiare una rivoluzione copernicana nel teatro italiano. Ce lo anticipa Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro, che da anni osserva lo stato delle cose della cultura teatrale in Italia, dalla visuale di un palco famoso. E ci dice che serve «una nuova Costituente che non sia di parole o proclami, ma soprattutto di idee e fatti». Sarà il succo del suo intervento giovedì all'Argentina di Roma dove l'Associazione Italia Futura, su iniziativa di Luca Cordero di Montezemolo, organizza un convegno che dovrebbe accendere le micce a destra e sinistra. Promette il titolo: «La Cultura, orgoglio italiano... quindi specchio del Paese e motore di crescita». Parole sacrosante, che seppelliscono il lazzo della cultura che non si mangia. Ed Escobar evoca un sottotitolo ritrovando la forza e il gusto di tre parole: dignità, responsabilità, rigore. Quale è la novità? «Tutto, dalle elezioni alla battaglia di sopravvivenza per il rinnovo del Fondo per lo spettacolo, dimostra che oggi sono entrati in scena nuovi soggetti estranei alla politica e qui sta la rivoluzione». Milano come esempio? «Un caso su cui riflettere non solo il Piccolo con i suoi dati (io anni bilanci in pareggio, 52 autofinanziato, 20.000 abbonati, più di una squadra di calcio) o la Scala: questi risultati sono il segno di un profondo rapporto col tessuto sociale, coi cittadini intesi non come consumatori terminali né spettatori occasionali ma protagonisti di una città che sta cambiando profondamente. Oggi produciamo con Tunisia e Turchia e non vogliamo mostrare i muscoli, ma capire questa specificità». Dati ottenuti malgrado l'assenza della politica nazionale. «1 finanziamenti non solo sono precari ma soggetti sempre a cambiamenti umorali, demagogici, finendo nella precarietà della pressioni, come tutto l'investimento nazionale». Qual è la ricetta? «Bisogna affermare che la cultura è fattore di sviluppo e la competitività globale è composta di molti elementi collegati. Alcuni Paesi l'hanno capito, la Cina ha aumentato le spese culturali del 25». Dove entra in scena Copernico? «Nel cambiamento di prospettiva, nel togliere tutto il peso al ministro della cultura e nell'affidarlo a un'azione legislativa del governo. Diciamo che Galan è responsabile come Tremonti e che gli investimenti della cultura devono essere oggetto del consiglio dei ministri». Quindi vade retro ai piaceri di corrente, all'elargizione clientelare. «Primo: certezza del finanziamento del governo, finora era l'inverso, la nebbia. Deve essere possibile la responsabilità della programmazione. Ma attenzione, chi non rispetterà i criteri e manderà in disavanzo le gestioni, uscirà dal sistema. Oggi non si sa chi è responsabile e di che cosa, nulla è verificabile». I finanziamenti non come favore ma parte della politica nazionale, momento di sviluppa «E risalire al valore assoluto del Fus (Fondo unico per lo spettacolo, ndr): i finanziamenti sono un rigoroso investimento e la politica si deve rendere responsabile. Questo porterà in futuro a un costante incremento del Fondo». Come si sono salvati i finanziamenti? «Non coi politici, né coi corporativi, né per gli artisti. E successo qualcosa di diverso, si è fatto avanti il pubblico, si sono fatte avanti le città con un'associazione trasversale, si è fatto avanti il mondo del lavoro che non ha lanciato slogan ma ha difeso la dignità di un settore. Si è fatto avanti il sistema produttivo e l'investimento, Confindustria e altri soggetti del mondo economico e produttivo, le camere di commercio, la Fondazione Cariplo, industriali come Della Valle al Colosseo e Montezemolo, i progetti della cultura domani. E tutto combacia con quello successo nella politica: sono venuti avanti i soggetti che determinano lo sviluppo del Paese». D mondo virtuale dominante finalmente ha ceduto il passo. «Ecco la rivoluzione, l'irruzione della realtà. Allora chiamiamola come vogliamo, una Costituente della cultura, punti fermi da cui non si torni indietro. Pensiamo a un luogo autorevole dove si assumono responsabilità dei soggetti e da qui si parta per una rivoluzione che legittimi l'investimento creando nuove condizioni. I soggetti privati altrove partecipano allo sviluppo con coerenza e trasparenza, non abbiamo bisogno di eventi eclatanti ma di segnali forti, di uno sviluppo con condizioni oggettive e legislative per cui l'investimento nella cultura entri nel sistema reale cittadino cui si riferisce. Ma bisogna uscire dalla nebbia demagogica in cui rischiare di perdere il teatro Valle per un bistrot vuol dire non capire davvero il valore delle cose». Chi è Il direttore Sergio Escobar, 60 anni, dal 1998 è direttore del Piccolo Teatro di Milano. Giovedì interverrà in un convegno sulla cultura in Italia in programma al Teatro Argentina di Roma I numeri Il Piccolo diretto da Escobar vanta diverse «anomalie» positive rispetto alla maggior parte degli altri. Da 10 anni il bilancio è in pareggio e l'autofinanziamento è del 52, il più alto d'Europa (quello dello Stato è pari al 16 del bilancio). Gli abbonati all'anno sono invece 20 mila