«Il grande roveretano» chiuse la propria campagna nell'area iblea proprio nell'estate di un secolo fa ritenendo di avere già setacciato il sito al massimo delle possibilità Il parco archeologico di Kamarina continua, ancora oggi, ad attirare lattenzione di ricercatori e ... saro Distefano Nell'estate di cento anni fa Paolo Orsi, il più grande archeologo italiano, chiudeva ufficialmente la sua ultima campagna di scavi a Kamarina. "Il grande roveretano", com'era conosciuto nell'ambiente scientifico ed accademico italiano ed europeo, aveva iniziato a scavare nel 1896, partendo dalla necropoli del quarto-quinto secolo di Passo Marinaro. Nel 1911 ritiene di aver scavato quanto era allora possibile in quella sub-colonia greca di Siracusa fondata nel 598 avanti Cristo e che gli aveva riservato tantissime soddisfazioni di ordine storico e scientifico. Certamente i tanti reperti (la gran parte dei quali sono oggi conservati nel Museo Archeologico di Siracusa a lui intitolato e si spera possano un giorno essere riportati in terra iblea), le strade dell'acropoli, la torre poi crollata solo qualche anno dopo i rilievi orsiani e che dominava l'antico porto-canale costruito alla foce del mitologico fiume Ippari (un secolo fa l'antico Hypparis era ancora un fiume e non l'attuale rivolo maleodorante), le mura di cinta fortificate che negli ultimi due anni hanno perso non pochi pezzi a causa della fortissima opera di corrosione del promontorio di arenaria sul quale sono i resti della colonia. Dopo Paolo Orsi a Kamarina hanno scavato Biagio Pace, Nino di Vita, Luigi Bernabò Brea e Paola Pelagatti che, ora sono oltre quaranta anni, andava a scavare accompagnata da un ragazzino appassionato di archeologia, e che adesso è il direttore del Parco Archeologico di Kamarina, Giovanni Di Stefano. Tutti loro sono debitori del roveretano, che non soltanto fu il primo a fare ricerca archeologica con metodi scientifici validi tutt'ora, ma fu anche il più "fortunato", perché in molti siti siciliani (Orsi era arrivato in Sicilia nel 1889 appena laureato) era riuscito a scavare prima dei tombaroli. Nella vicenda che lega Paolo Orsi a Kamarina, la pagina più bella - almeno sul piano umano - venne scritta in raffinata calligrafia, tipicamente ottocentesca, nello scambio di lettere tra il grande archeologo e il Barone Corrado Arezzo, proprietario dell'intero feudo sul quale insisteva l'area archeologica della sub-colonia di Siracusa. La corrispondenza tra l'archeologo ed il patrizio aveva ad oggetto la richiesta di Orsi ad avere assegnata una piccola area, quella oggi conosciuta come necropoli di "Passo Marinaro". L'esigenza nasceva dal fatto che l'Arezzo aveva deciso di rinnovare le colture nel suo feudo, e impiantare il vigneto per la produzione di uve destinate poi a diventare cerasuolo e passito. Orsi chiese che solo per quella collinetta in riva al mare, dove erano le tombe dei fondatori di Kamarina, immerse in un boschetto originario di ginepri, ulivi e lentischi, si facesse una eccezione. Il barone Corrado Arezzo rispose positivamente alla richiesta di Orsi, rinunciando a qualche ettaro di vigneto a favore della perpetuazione della storia antica. Ed oggi quella collinetta recintata dalla Soprintendenza, circondata non più dal vigneto ma dalle serre, è parte fondamentale dell'intero parco archeologico. A dire il vero, Paolo Orsi intratteneva una fitta corrispondenza anche con i suoi superiori e, sempre a proposito di Kamarina e le zone limitrofe per lui molto interessanti (Kaukana con il porto ed il villaggio di origine bizantina e Santa Croce Camerina con il "Bagno a mare", che per Orsi era una chiesetta bizantina mentre oggi sappiamo essere stata prima una tomba dell'epoca dei Goti e poi trasformata dagli Arabi in un bagno termale), mostrava amarezza e pessimismo relativamente alla cura dell'antica storia. 19062011