Uno spot riparatore. Non si può esprimere giudizio diverso guardando la sequenza di immagini patinate che circola per i canali televisivi a magnificare le bellezze paesaggistiche e le virtù turistiche di Lampedusa. Messa alle spalle la sbornia delle promesse dispensate a piene mani nei giorni dellemergenza estrema (adesso siamo tornati a quella soltanto ordinaria), con la suggestione di vedersi paracadutare un casinò e la fantasmagorica proposta di candidatura al Premio Nobel della pace, rimane soltanto questo collage di immagini che prova a restaurare la facciata di unisola dalleconomia incentrata sul turismo. E partendo da quello che ha sentito nella situazione come lunico imperativo plausibile (restituire mondata limmagine turistica di Lampedusa), il governo ha costruito una rappresentazione che è uno dei suoi ultimi atti di fuga dalla realtà. A cominciare da «Lampedusa, scopri la tua magica Italia», lo slogan di chiusura che al pari di tutta loperazione mediatica suona come una tardiva presa in carico. Perché esso illustra suo malgrado la realtà dellestrema periferia sud - o forse già una pre-Italia - di un Paese dessa diméntico, che però a un tratto viene riaccolta sotto la benevola tutela del Centro con un gesto riparatore. E tardivo, dato che invece di sanare il danno rischia di moltiplicarne gli effetti. Quello spot illustra infatti una Lampedusa che non cè più, e che chissà se mai cè stata. Si tratta di una realtà dura da accettare, e tuttavia ineludibile se davvero si ha la volontà di porre rimedio e ripartire. Ostinarsi a spacciare quella rappresentazione della realtà significa provare unoperazione che è non tanto di restauro, quanto di restaurazione. Cioè, essa è animata dal credere che si possa tornare a uno statu quo ante. Come se nel mezzo tutte le cose accadute non avessero lasciato un segno indelebile. Velleitarismo puro. Molto più sano sarebbe ripartire dallo stato delle cose e dalle sue durezze, provando a recuperare un equilibrio buono a restituire fascino e attrattività allisola. Ciò che lo spot non fa, insistendo sulle meraviglie delle coste e dei fondali marini come se non si trattasse degli stessi che sono stati teatro di agghiaccianti tragedie. Ma, soprattutto, a ostruire ogni buona intenzione (che pur dovrà esserci) delloperazione mediatica è quel pregiudizio di monodimensionalità che lispira. Nello schema proposto al pubblico televisivo, Lampedusa continua a essere unisola a una sola dimensione: quella turistica, appunto. E in quanto tale viene raccontata e promossa, con lauspicio che tale contro-narrazione inneschi un flusso capace di rintuzzare la percezione diffusa dalla narrazione dominante. Ma, se davvero le cose stanno così, allora bisogna dire che la battaglia è persa in partenza. Piaccia o no, negli ultimi anni (e con vertiginosa accelerazione negli scorsi mesi) Lampedusa ha assunto molte altre dimensioni che quella meramente turistica. Progressivamente si è convertita in uno dei tratti più sensibili della frontiera fra il Nord e il Sud del mondo. E per lintera Europa nel principale fronte dellemergenza migratoria, specie in coincidenza col risveglio delle popolazioni maghrebine contro i loro satrapi. Sulle coste lampedusane si è registrato il più imponente fallimento nella gestione delle politiche globali sulle migrazioni. Il più imponente fallimento dei processi di globalizzazione, verrebbe da dire. In questo senso, Lampedusa è un luogo cruciale della contemporaneità, e fra qualche anno sarà per questo motivo che i libri di storia ne parleranno. Le pagine dei giornali che raccontavano giorno per giorno lemergenza estrema saranno consultate come lautobiografia di quella supernazione che è lEuropa Unita; e chi per allora le leggerà saprà già se quellarchitettura istituzionale sarà riuscita a sopravvivere nella versione ambiziosa immaginata dai padri costituenti delleuropeismo, o se piuttosto ne sarà stata data una versione al ribasso. Di sicuro, la realizzazione del meglio o del meno peggio sarà dipesa dalla risoluzione dellemergenza migratoria lampedusana, al pari di quelle finanziarie determinate dal contagio greco. Tutto passa da lì, in quella «Lampedusa dove bisogna venire per scoprire lItalia». Rispetto a questa preponderante dimensione globale di Lampedusa, e alle sue conseguenze sulla vita quotidiana degli abitanti, non sono state spese ancora sufficienti parole di autocritica né si è trovata una soluzione strutturale che metta al riparo dalleventualità di emergenze rinnovate. Nulla è possibile fare per dissolvere la nuova immagine dellisola circolante presso le opinioni pubbliche italiana e europea. E non sarà certo uno spot patinato a invertire una situazione strutturata. La Lampedusa a una dimensione che la campagna promozionale pretende di proporre è soltanto laltra faccia di una sconfitta non ammessa, e di cui nessuno vuol prendersi la responsabilità. Fra laltro, quello spot non raggiunge lobiettivo prefissato perché i primi dati sui flussi turistici sono drammatici. Il crollo è verticale, e come aspettarsi qualcosa di diverso? Il turista è il primo a non lasciarsi ingannare. E alla fine quello slogan sulla scoperta della «tua magica Italia» si rivelerà per ciò che in effetti è: un mantra dellautoassoluzione, recitato da chi nella straordinaria emergenza ha mostrato straordinaria insipienza.