MILANO Mario Resca è un manager prestato alla cultura. Sessantasei anni a dicembre, carriera ad alto livello tra finanza, editoria, moda, energia, multinazionali; ha guidato la divisione tricolore di Mc Donald's e presieduto la Camera di commercio americana in Italia, salotto buono per i big presenti nel nostro Paese. Nel 2008 Sandro Bondi lo chiama al Ministero dei beni culturali: direttore per la valorizzazione del patrimonio culturale, poi anche commissario per la Grande Brera. SCELTA assai criticata con la formula: «Che c'entra un manager con la cultura?». E però perfettamente in linea con la filosofia di Resca: «La cultura crea ricchezza». Si batte per rilanciare il mecenatismo dei privati con un sistema d'incentivi fiscali, e intanto i visitatori dei 450 musei statali aumentano, «del 16 nel 2010». «C'è una domanda d'italianità nel mondo, gli stranieri vogliono venire a respirare la bellezza». Cultura generatrice di turismo e indotto: «Questo è il secolo del terziario, abbiamo un vantaggio competitivo grazie al nostro patrimonio ma dobbiamo muoverci». Quando gli chiedono perché a Brera serva un commissario, risponde: «Per velocizzare. E la burocrazia che abdica a se stessa». Di sé dice: «Sono un commissario atipico, vengo dal privato e le cose le voglio fare». La sua prossima missione è scucire almeno cinquanta milioni di euro al ministro Tremonti, quello che una volta disse: «Con la cultura non si mangia». Resca pensa esattamente il contrario. Chissà chi la spunterà.