Nell'esposto c'è l'ipotesi di due reati «Comune d'accordo con i costruttori» Quel nuovo palazzo vista Mole, all'angolo tra via Riberi e via Sant'Ottavio, sta diventando un vero ring. A darsele non sono più solo Comune, residenti e Soprintendenza. Sui pochi metri quadri edificabili, ai piedi del simbolo della città, ora si dovrà pronunciare anche la Procura. Il Comitato «Salviamo la Mole» ha presentato un esposto contro ignoti al Tribunale di Torino, per rilevare presunte irregolarità nella gestione della vendita dell'area da parte dell'amministrazione. Abuso in atti d'ufficio e turbativa d'asta, questi i reati ipotizzati dai cittadini. Un attacco frontale a suon di carte bollate, che complica ancor più una vicenda che si trascina da anni. Nella lettera inviata alla magistratura, i residenti ricostruiscono la cronologia attraverso la quale Palazzo Civico ha messo all'asta, nel 2008, il piccolo caseggiato di 3500 metri cubi ai piedi del monumento. Una palazzina fatiscente, ma anche una potenziale gallina dalle uova d'oro. Il Comune l'ha ceduta su base di vendita di 2,2 milioni di euro. Acquistata poi per 2,6 milioni da privati, ideatori di un lussuoso progetto a destinazione residenziale. La mano- vra aveva lo scopo di «fare cassa, riqualificando una zona» centralissima, particolarmente battuta dai turisti. Si effettua la vendita e poi, nel luglio 2009, una variante su cui i costruttori presentano un primo studio del palazzo. Ma la Soprintendenza mette i bastoni fra le ruote. Ritiene che una manica di cinque piani h collocata oscurerà per sempre la visuale della Mole. «Deve essere preservato un cono visuale», sentenzia la Dirigenza per la Tutela dei Beni Architettonici. E allora il palazzo si stringe e si alza, diventando di sette piani. «Ci sono motivi sufficienti - si legge nell'esposto - per ritenere che dal momento dell'aggiudicazione, e forse anche prima, l'aggiudicatario d'asta abbia agito di concerto con il Comune per l'ottenimento dei permessi da parte degli uffici del ministero per i Beni e le Attività Culturali». Questo perché - ipotizzano i cittadini - avrebbe fornito, in consenso con l'amministrazione comunale, «prima un progetto e poi un secondo», sulla base dei quali sarebbe poi stata redatta la «Variante parziale 182 (2009) e poi la successiva proposta di Variante parziale n. 233 (2010)». La denuncia è senza mezzi termini: «Sono state modificate le norme di piano regolatore dopo il bando d'asta, favorendo gli interessi dell'aggiudicatario, escludendo nei fatti altri possibili concorrenti». Ora, parola ai giudici. Intanto il Comitato incassa la solidarietà di «Italia Nostra» e ha raccolto 1300 firme, mentre si attende che si pronunci la Soprintendenza, sollecitata da Roma, sui possibili vincoli architettonici dell'area. In quel caso, potrebbe andare in fumo ogni sogno di edificazione.