Un secolo ci sfugge dalle mani. Il Novecento scivola tra le dita come la sabbia. Venerdì scorso è stata demolita villa Logroscino. Proprio mentre sulle scrivanie del soprintendente arriva l'appello per sottoporre a vincolo di tutela il palazzo ex Enel, un'altra opera di Vittorio Chiaia viene ridotta in macerie. Un secolo ci sfugge dalle mani. Il Novecento scivola tra le dita come la sabbia. È una sconfitta, ammettiamolo. Venerdì scorso è stata demolita villa Logroscino, in via Scipione l'Africano. Proprio mentre sulle scrivanie del soprintendente e della direttrice regionale dei Beni culturali arriva l'appello per sottoporre a vincolo di tutela il palazzo ex Enel, prossimo ad una ristrutturazione, un'altra opera di Vittorio Chiaia viene ridotta in macerie, per lasciare posto ad una nuova costruzione. La villa Logroscino, progettata nel 1952 e costruita nel 1955, era di poco precedente il palazzo di via Crisanzio, progettato nel 1957 e tirato su nel '59. Ma tra i due progetti c'erano profonde differenze, determinate non solo dalle diverse tipologie (uno residenza, l'altro palazzo d'uffici), ma anche da un nuovo approccio alle tecniche costruttive, alla scelta dei materiali, alla composizione architettonica. Nel breve scarto di tempo si consuma il passaggio dalla cultura dell'Organicismo alla militanza nell'International Style. Ma entrambi gli edifici vengono recensiti con molte lodi sulla rivista di Bruno Zevi, Architettura. Cronache e storia. Uno da Bruno Barinci, l'altro da Vittore Fiore. Dopo la morte del famoso ortopedico Domenico Logroscino, la sua casa è stata venduta ad una impresa barese, la Desco srl, che ha messo a frutto l'investimento immobiliare, affidandosi agli architetti Onofrio Mangini e Vito Leone. Il permesso di costruire è stato rilasciato solo il 26 maggio scorso. Demolire è nel diritto del nuovo proprietario, certo, ma non possiamo nascondere l'amarezza che suscita la perdita di un altro pezzo significativo dell'architettura realizzata a Bari nel Novecento. Una coincidenze aumenta la delusione: la recente demolizione, in viale Salandra, della clinica Sanatrix, di cui era proprietario proprio il prof. Logroscino e progettista dell'ampliamento, in quello stesso periodo, il giovane Chiaia, poco più che trentenne, in procinto di partire per gli Stati uniti dove avrebbe incontrato Frank Lloyd Wright. Villa Logroscino, con la sua pianta irregolare, i corpi trapezoidali raccordati da un volume centrale a doppia altezza in cui si avvitava una vertiginosa scala con i gradini a sbalzo, era la prova di quanto forte fosse stata in quegli anni - e anche in queste contrade - l'influenza di Giuseppe Samonà che si ribellava all'ortodossia del Movimento Moderno progettando villa Scimemi a Mondello. Con le stesse intenzioni di dialogo pregnante con l'ambiente Chiaia realizza a Napoli, nel 56 l'ambulatorio della Croce Rossa Italiana a Marianella, anche qui come a Bari sperimentando grandi vetrate e schermi frangisole per creare ibride superfici sul confine tra l'interno e l'esterno. La demolizione di villa Logroscino ci dice oggi quanto sia fragile la difesa delle poche cose buone che punteggiano una città moderna generalmente brutta e sciatta quale è Bari. La salvezza di questi rari episodi di qualità ci consentirebbe di dire: ecco come avremmo potuto essere e non siamo stati. La perdita di Villa Logroscino ci dice che - se si vuol salvare il palazzo ex Enel di via Crisanzio - non ci si può affidare solo alle buone intenzioni dell'università, che domani potrebbe vendere l'immobile, come gli eredi Logroscino hanno venduto la villa. Serve un vincolo di tutela sull'ex Enel, così come forse sarebbe stato necessario imporlo per tempo sulla villa scomparsa. Un vincolo dello Stato, oppure un vicolo del Comune, attraverso la legge regionale 14 del 2008, che nonostante le professioni di buona volontà l'amministrazione municipale di Bari continua a ignorare. Soprattutto oggi una azione di tutela delle opere più significative del Novecento avrebbe il significato di un atto politico, di una ribellione culturale e civile alla ondata speculativa che sta per divorare la storia recente del Paese. Il decreto-legge n 70 varato dal governo Berlusconi i113 maggio scorso è lo strumenti giuridico di questa ondata perché modifica il Codice dei beni culturali con l'obiettivo di sottrarre alla tutela immobili significativi del Novecento. Il limite temporale per la verifica del grado di interesse culturale di un edificio pubblico o ecclesiastico (o di enti privati no profit) viene spostato da 50 a 70 anni, mentre per gli immobili privati tutelati si cancella l'obbligo di notificare alla soprintendenza il trasferimento di proprietà, impedendo di fatto il controllo su eventuali manomissioni. In questo modo, l'Italia rischia di consegnarsi alle generazioni future con il vuoto di un secolo intero nella propria storia. Come se per esempio, per un caso misterioso o uno tsunami selettivo, oggi non avessimo nulla a testimoniare cosa fu il Trecento o cosa si costruì nel Settecento. Per fortuna da Napoli e Milano, fresche di elezioni, arrivano notizie promettenti per il paesaggio. Nella nuova giunta partenopea il sindaco Luigi De Magistris ha affidato l'assessorato all'urbanistica all'architetto Luigi De Falco, che è il segretario della sezione campana di Italia Nostra. A Milano invece Giuliano Pisapia ha deluso le aspettative dell'architetto Stefano Boeri nominando assessore all'urbanistica un avvocato: Ada Lucia De Cesaris. Non un avvocato qualsiasi, ma il legale (e docente di Diritto dell'ambiente) che insieme al suo socio di studio Stefano Nespor ha investito di ricorsi la giunta Moratti: contro la privatizzazione dell'Aem, contro il progetto City Life, quello dei grattacieli nella ex Fiera, ma soprattutto contro il nuovo piano regolatore che rende edificabili i parchi urbani.