Cielo e mare azzurri, gelati squisiti ma mortali per Giacomo Leopardi. Napoli era una della mecche d'Europa, come scriveva Stendhal, musiche angeliche al San Carlo dove trionfavano Rossini, Vincenzo Bellini e Donizetti, soprani capricciosi, tenori patetici e un impresario collezionista, il Barbaia. Capitale dell'arte, contava anche su una scuola di pittura a cui Lord Napier dedicò un intero volume nel 1855 che interessò gli inglesi di allora e incuriosisce gli italiani di oggi. A capo del regno era un uomo «altissimo della persona, ma senza proporzioni... la testa rotonda e piccina su largo petto, la fronte bassissima, le ganasce in fuori, il naso spuntato e allo insù, le membra robuste, gli occhi che han bisogno di concave lenti... ma a vederlo ei pare il re davvero». Qui si parla di Ferdinando II e a farlo, nel 1856, è un suo oppositore non privo di fair play, Mariano d'Ayala. Il Risorgimento è in atto, i tempi non sono più calmi. Rossini è lontano da anni, Leopardi e Bellini sono morti così come l'unico che avrebbe forse potuto allontanare la fine del Regno, Nicola Santangelo (1785-1851). Santangelo era stato forse l'uomo più potente del paese, ministro dell'Interno dal 1831 al 1847. Era anche ricchissimo. Il Re aveva sentito le sue opinioni per molte cose e gli doveva il gusto per le belle arti e la scelta di molti capolavori della pittura dell'epoca che ancora si trovano nelle raccolte pubbliche di Napoli. Il suo nome si è offuscato lungo gli anni e talvolta è diventato il capro espiatorio di molte ingiustizie politiche che finirono per guadagnare a Ferdinando II il titolo di Re Bomba. Due cose ricordano ancora oggi il nome del Marchese Santangelo: le collezioni archeologiche della famiglia che suo fratello cedette al Museo Nazionale e il Congresso Scientifico degli Italiani da lui indetto nel 1845. Per l'occasione venne pubblicata una delle migliori guide della città, Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze, dove si parla anche del Palazzo Santangelo e delle sue collezioni: l'edificio era appartenuto nel Quattrocento a Diomede Carafa, Conte di Maddaloni, e aveva custodito l'opera d'arte più famosa della città, una testa di cavallo in bronzo venerata persino da Goethe, oggi nel Museo Archeologico. Nel 1847 erano apparsi i Canti di Giuseppe Regaldi nei quali è incluso un tedioso inno al Museo Santangelo illustrato da un disegno di G. Carelli che mostra i divani, le poltrone e i lumi parietali oggi in asta a Milano. Della raccolta Santangelo si parla in molte altre pubblicazioni ed esiste un catalogo dei quadri del 1876 che è noto a pochi: le provenienze delle opere d'arte si dimenticano e diventano lettera morta in libri e carte via via confusi nella polvere. Una parte degli arredi dei Santangelo è rimasta viva, quasi per miracolo, in possesso dell'ultima del casato, sposata a un Bozzi Corso di Lecce. Sono un gruppo di mobili, di oggetti e di alcuni dipinti: un soffio del primo Ottocento quando Napoli era ancora un regno.
I tesori superstiti del marchese Santangelo
Napoli nel XIX secolo era una delle città più belle d'Europa, con un'opera d'arte ricca e una scuola di pittura di alto livello. Il re Ferdinando II era un uomo alto e robusto, ma con una fronte bassa e un naso spuntato. Il suo oppositore, Mariano d'Ayala, scriveva che il re era davvero re. Il ministro dell'Interno, Nicola Santangelo, era stato un uomo potente e ricco, che aveva influenzato il re e aveva contribuito alla scelta di molti capolavori della pittura dell'epoca. La sua famiglia aveva lasciato una collezione di arte e arredi che ancora oggi si trovano in possesso di una sua discendente.
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