«Bisogna uscire dalla logica dell'emergenza e investire» L'orgoglio. La parola chiave della giornata del 23 giugno sarà l'orgoglio. Cioè la cultura come orgoglio italiano, come fattore di identità ROMA «La parola chiave della giornata del 23 giugno, che avrà un tono molto libero e quasi assembleare, sarà l'orgoglio. Cioè la cultura come orgoglio italiano, come strumento di interesse nazionale da riscoprire e rilanciare in Patria e all'estero, come fattore di identità collettiva e di coesione sociale, quindi come elemento forte di appartenenza». Andrea Romano, docente di Storia contemporanea a Tor Vergata, parla da direttore dell'associazione «Italia futura», presieduta da Luca Cordero di Montezemolo, nata per promuovere il dibattito civile e politico sul futuro del Paese. Un comparto essenziale, secondo l'associazione, è la cultura: per giovedì 23 giugno al teatro Argentina sono convocate tutti i possibili settori del comparto. Il retaggio storico-artistico (Andrea Carandini, Roberto Cecchi segretario generale del ministero dei Beni culturali, Louis Godart, Francesca Cappelletti, studiosa del Caravaggio), l'arte contemporanea (Francesco Bonami), la tutela e la valorizzazione del territorio (Ilaria Borletti Buitoni del Fai), il cinema (Riccardo Tozzi, presidente dell'Anica, Daniele Luchetti, Alba Rohrwacher), l'editoria (Gian Arturo Ferrari), l'associazionismo (Roberto Grossi di Federculture), il teatro (Sergio Escobar), la musica leggera (Caterina Caselli) e classica (Daniele Gatti), l'impresa (Diego della Valle) e il design (Paolo Pininfarina). Quali sono le ragioni di questa «adunata culturale»? «Prima di tutto l'iniziativa nasce come contributo al 150 anniversario dell'unità nazionale perché, appunto, la cultura è uno dei pilastri che hanno maggiormente sostenuto la nostra storia. E poi perché, in questa giornata dell'orgoglio culturale nazionale, vogliamo lasciare la parola ai protagonisti perché raccontino cosa sono riusciti a fare, in questi anni, nonostante la politica. Quindi una fotografia molto lontana da quel certo piagnisteo che spesso accompagna ogni discussione sulla cultura» Lei parla dell'assistenzialismo alla cultura? «Diciamo che spesso si pretende uno Stato-balia per quel settore. Ma nella realtà non è così. L'industria culturale produce non solo idee e legami sociali ma concretezze economiche. In dieci anni la spesa delle famiglie per i consumi culturali è cresciuta del 25. La quota di mercato di film italiani visti nel nostro Paese è passata dal 12 al 30, superando la Francia, patria riconosciuta di un certo "cinema nazionale". In più, in Italia, ogni euro investito in cultura ha un impatto sul sistema economico pari a 2,5 euro. Ogni posto di lavoro in più nel settore culturale crea 1,7 posti in più nel sistema economico complessivo». Cosa significa quel suo «nonostante la politica»? Dove e come centrodestra e centrosinistra hanno sbagliato sulla cultura? «In generale si pensa alla cultura come un fattore secondario o emergenziale, come se l'intervento fosse necessario solo in caso di calamità com'è avvenuto recentemente a Pompei. Nel centrodestra ha prevalso l'idea della cultura come fattore non primario, non necessario. Forse nasce dalla provenienza televisiva di Berlusconi. Nel centrosinistra ha vinto la rappresentazione di una cultura da assistere, incapace di progredire economicamente da sola. Nel complesso, e in generale, è mancato il riconoscimento della vitalità autonoma di quel mondo, poi vissuto come terreno di scontro politico e strumento di consenso di parte. Noi non accettiamo simili ritratti e proponiamo l'orgoglio della cultura come realtà originale, trainante, autonoma». Cosa dovrebbe fare il «sistema Italia» per la cultura? «Penso a quanto sta avvenendo in India, Brasile o Cina, paesi in grande crescita economica che investono moltissimo in cultura proprio perché ne riconoscono il valore strategico come strumento di rappresentazione dell'identità nazionale sia all'interno del territorio che nel mondo. O penso anche al caso recente della legge voluta dal presidente Obama negli Usa secondo la quale la "green card", il permesso di lavoro agli stranieri, viene concessa con molta maggiore facilità agli artisti e agli addetti dell'industria culturale. Invece, notoriamente l'Italia non fa che tagliare energie pubbliche. Ed è, naturalmente, un clamoroso errore di prospettiva» Che metodo vi darete il 23 giugno? «Non relazioni ma testimonianze. Il clima sarà forse un po' assembleare ma comunque libero, spero effervescente. Le conclusioni saranno affidate al ministro per i Beni e le attività culturali, Giancarlo Galan, e al presidente dell'associazione Luca Cordero di Montezemolo. Politica e economia, e non è un caso...» Con quale criterio avete scelto i relatori? «Italia futura" è sempre alla ricerca di giacimenti di creatività civile. Anche in questo caso abbiamo voluto dare spazio a protagonisti poco noti come, un esempio tra tutti, don Antonio Loffredo, parroco del Rione Sanità di Napoli, che ha valorizzato e aperto al pubblico delle bellissime catacombe romane».