A Roma c'è un pezzo di medioevo coloratissimo, sorprendente, fra il Campidoglio e l'Altare della patria. È un medioevo fatto di morbidi incarnati sui volti di una Madonna con bambino, di Giovanni l'evangelista e del Battista dalla folta barba, è fatto di svettanti torri rosse e di nicchie rosate: sono i brani d'affresco di fine 200 sopravvissuti ad antichi scempi e scoperti a inizio 2000 dietro decorazioni barocche e una pala d'altare caravaggesca nella Cappella Baylon della chiesa di Santa Maria in Aracoeli. Ne ha seguito lo svelamento lo storico dell'arte Tommaso Strinati che li ha studiati traendone un libro appena stampato, Aracoeli. Gli affreschi ritrovati, edito da Skira e pagato dalla banca Dexia. Il saggio, necessario, puntualizza innanzi tutte quanto fu detto nel 2000: allora si chiamò in causa Pietro Cavallini per le analogie con i suoi affreschi in Santa Cecilia in Trastevere e il mosaico in Santa Maria in Trastevere, oggi Strinati esclude il principale maestro romano dell'epoca. Sostiene invece che la cappella era stata affrescata da una bottega nell'orbita del maestro ma indipendente, d'altissimo livello, denunciando una mano più naturalistica e cavalliniana nei visi del Battista e del sorridente, affettuoso Gesù, ancora bizantineggiante nella Madonna e nell'Evangelista. Nella parete centrale c'è la scena con la Madonna, quasi intana, nelle pareti laterali sono invece rimasti solo degli scorci in alto. Studiando le sinopie (le tracce sull'intonaco su cui il pittore dipingeva l'affresco) Strinati è convinto d'aver individuato i temi delle scene perdute: «Nella parete destra c'era la visione di San Giovanni evangelista così com'era narrata nella "Leggenda aurea", in quella sinistra il Banchetto di Erode, e quindi narrava del Battista, e penso fosse quasi identica all'episodio dipinto pochi decenni dopo da Ciotto nella Cappella Peruzzi in Santa Croce a Firenze. Inoltre erano scene costruite come le Storie francescane di Assisi, di misure e architetture simili, incorniciate con colonne tortili sotto un'architrave dipinta: le daterei intorno al 1295, dunque non lontano o negli stessi anni degli affreschi di Assisi». Pertanto, dice, «il dialogo è evidente, strettissimo, ed è un elemento in più per dire che nella basilica di San Francesco lavorarono maestri romani». Gli resta però più d'un rimpianto: «Detto alla romana, fa "rosicare" aver perso queste pitture buttate giù a fine 600 o prima. Credo anche che a Roma ci siano altre pitture medioevali da scoprire, in altre chiese. Solo che smontare apparati barocchi richiederebbe lavori costosi, lunghi e, anche se oggi le tecniche permettono di rispettare ogni periodo storico, molto coraggio». Qualcuno raccoglierà l'auspicio?