La Biennale di Venezia, come è ben noto, si distingue dalle molte consociate che l'hanno seguita per il fatto di disporre, ai Giardini, dei padiglioni nazionali, che sfuggono alla regia del direttore generale. Questo sarebbe un male se i vari direttori succedutisi nelle ultime edizioni avessero partorito idee forti, ma siccome così non è stato, queste isole autonome possono costituire un utile correttivo, benché anch'esso nel nome della casualità, tra scelte buone oppure no. Iniziando dal meglio, un premio ideale si dovrebbe conferire al Giappone che ha puntato su Tabaimo (1975), artista distintasi da quasi un ventennio in quanto compilatrice di magnifici cartoons forniti in multi-proiezione video, su pareti, soffitti, pavimenti. E' un'altra superba presenza femminile che ormai pareggia la connazionale Mariko Mori, o per stare alle presenze in questa Biennale, la svizzera Pipilotti Rist, e avrebbe meritato il Leon d'oro assai più dell'anziana e semisconosciuta Sturtevant. Sembra quasi che Tabaimo, in questa sua proiezione totale riflessa dalle pareti specchianti del padiglione, abbia presagito le recenti sventure abbattutesi sul suo Paese, infatti un panorama grigio di una metropoli arcigna, questa volta non sondata nei misteri familiari, viene travolta da cupe onde marine, mentre le squallide pareti cementizie sono crepate dal dischiudersi di fiori ammalati, o dal levarsi di insetti nocivi, mentre anche una profluvie di lacci cala ad avvolgere la visione, ricavandone una favola arcana e nello stesso tempo minacciosa. Comunque, uno spettacolo che irretisce e affascina. Un protagonista onusto di gloria è il francese Christian Boltanski, che però, ospitato dal suo padiglione, conferma una svolta alquanto pericolosa, in lui la quantità sembra ormai travolgere la qualità, lo si era visto nell'accumulo informe e troppo sgargiante di abiti eretto allo Hangar della Bicocca, in antitesi alla grazia leggera dei suoi soliti monumenti funebri, dedicati alle umili esistenze ignote, affidate a minuscole foto in bianco e nero. Qui sono di scena una miriade di volti di neonati, ma per indicarne l'illimitata proliferazione l'artista si vale addirittura delle cinghie di trasmissione di una catena di montaggio, mentre un implacabile scandire di numeri ci dice che le nascite ad ogni minuto pareggiano le morti. I deliziosi tempietti della memoria si mutano così in una sorta di forno crematorio. Sembra che un medesimo squallore di esistenze al limite trovi conferma in altri due padiglioni illustri, della Germania e della Gran Bretagna. La prima ospita un artista mancato da poco, Christoph Schliengensief, basta riportare il titolo della sua maxi-installazione per intuirne il senso di morte e di minaccia: Una Chiesa della paura e l'Alieno che ospita. Quanto all'inglese Mike Nelson, ricostruisce un caravanserraglio levantino del Seicento, con lo scrupolo degno di un museo antropologico non vivacizzato da alcuna sorpresa. Il seguito a una prossima puntata.
Biennale dal mondo, Giardini desolati
La Biennale di Venezia presenta diverse presenze artistiche interessanti. Il Giappone è rappresentato da Tabaimo, artista che ha creato un'installazione di cartoons in multi-proiezione video che ha ricevuto il plauso del pubblico. La Svizzera è rappresentata da Pipilotti Rist, artista che ha creato un'installazione unica e affascinante. La Francia è rappresentata da Christian Boltanski, artista che ha creato un'installazione che, sebbene interessante, sembra essere stata influenzata dalla quantità e non dalla qualità. La Germania ospita un artista mancato, Christoph Schliengensief, che ha creato un'installazione che esplora temi di morte e minaccia.
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