Quasi tutti ricordano quel bambino che in una novella di Andersen, I vestiti nuovi dell'imperatore, vedendo passare il corteo reale, dice quanto tutti gli adulti non osano denunciare, che «il re è nudo». Ecco, un ruolo analogo è oggi quello di un esile pamphlet di 26 pagine Luca Nannipieri, Salvatore Settis, La bellezza ingabbiata dalla Stato, (Ets, 8) che sottolinea quanto molti sanno per esperienza diretta ma non dicono. È vero che paesaggi, città, borghi, abbazie, castelli sono un patrimonio fondamentale della nazione e noi siamo chiamati ad amarlo e a conservarlo. Ma non è vero che il senso condiviso di questo patrimonio debba essere affidato alla struttura impersonale delle norme, dei codici, delle procedure amministrative, del ministero, in sostanza soprattutto alla sfera istituzionale dello Stato: questo patrimonio ha senso soltanto quando le singole persone lo condividono. E in effetti la nostra Costituzione affida la tutela non allo Stato, ma alla Repubblica, e la Res publica è costituita sì dallo Stato, dalle Regioni, dai Comuni ma sopratutto da tutti i suoi singoli cittadini che al riconoscimento di questo patrimonio collettivo affidano la consapevolezza della propria identità. E questo volevano i Costituenti: la prima versione dell'art 9, che recitava appunto «Lo Stato protegge», verrà infatti consapevolmente corretta nella versione attuale, «La Repubblica tutela». Oggi a restaurare con cura un'antica chiesa, un castello, una casa sono persone, sono gruppi di persone, sono i Comuni che proteggono il loro centro storico, sono le Casse di risparmio che li finanziano, sono davvero quella Repubblica che Settis, quasi ossessionato dal principio gerarchico di uno Stato etico, semplicemente non vede. Lo Stato ha un suo ruolo ma solo di primus inter pares, di interprete di un punto di vista che riconosce e integra quelli di tutta l'articolazione della nazione fino al privilegio delle singole persone: a non volerlo riconoscere finirà che le Regioni, più vicine ai loro cittadini, chiederanno di assumersi i compiti che oggi il ministero pretende per sé.