Nei suoi scritti militanti, pubblicati postumi, Carlo Ludovico Ragghianti si rivela, suo malgrado, precursore del "capolavorismo". Ma l'arte non è un "pozzo petrolifero" A canonizzazione dei papi recenti, si sa, giova sopratututto alle gerarchie ecclesiastiche: una regola a cui non sfuggono i "papi" della storia dell'arte italiana. Datano a questi ultimi anni la santificazione di pontefici come Cesare Brandi (1906-1988) e Giulio Carlo Argan (1909-1992), oggetti di un culto decisamente sproporzionato rispetto alla reale importanza della loro produzione scientifica e intellettuale: che avrebbe semmai bisogno di letture critiche ridimensionanti. Non va in questa direzione la pubblicazione degli scritti militanti di Carlo Ludovico Ragghianti (1910-1987), patriarca della chiesa storico-artistica pisana. La prefazione di Donata Levi e i saggi dei curatori Emanuele Pellegrini e Monica Naldi non tratteggiano, infatti, una sacra icona, ma storicizzano e problematizzano il pensiero di Ragghianti senza nasconderne i punti deboli, e anzi discutendoli con competenza. Le idee meno entusiasmanti riguardano il «valore del patrimonio culturale», che Ragghianti, pur vicino a Croce, cerca di definire fin dal primissimo dopoguerra in termini non puramente idealistici. Con il pragmatismo che condivideva con gli altri fondatori del Partito d'Azione, egli insiste per decenni sulle «arti problema economico», sul «bilancio delle arti», su «arte e denaro» (sono alcuni dei titoli dei suoi articoli). L'ingenuo obiettivo era convincere la classe politica a tutelare il patrimonio non per il valore morale riconosciuto dalla Costituzione, ma perché «anche Michelangelo finanzia lo Stato», e per non mandare in malora un'«enorme ricchezza». Già negli anni Sessanta questa posizione attirò il giustificatissimo sarcasmo del tanto più lucido Roberto Lunghi (il quale parlò del «listino degli Uffizi»), ma oggi essa sembra pericolo- samente convergente con la sciaguratissima dottrina dell'arte «petrolio d'Italia», nata in ambito craxiano alla metà degli anni Ottanta. La politica culturale dei governi, di ogni colore, che si sono susseguiti da allora è stata più o meno strettamente ispirata a quella teoria: da settore in cui investire denaro per ricavare memoria e identità, i "beni culturali" sono diventati una sorta di gigantesca riserva petrolifera da trivellare incessantemente in cerca di profitto. Gli effetti più estremi di questa involuzione sono quelli che compromettono la stessa sopravvivenza del "bene": l'alienazione, la ristrutturazione selvaggia, gli iper-restauri distruttivi. Ma ve ne sono altri, non meno drammatici, che sono connessi al "marketing" indispensabile alla redditività del bene, e che ne distorcono profondamente l'identità e il senso, e dunque ne minano alle fondamenta il valore educativo e culturale: la strumentalizzazione politica o ideologica, la forzatura in "eventi" di nessun valore culturale, il "capolavorismo" feticista, la banalizzazione mediatica e turistica, una divulgazione di cassetta. Anche da questo punto di vista Ragghianti sembra precorrere negativamente i tempi, teorizzando (a più riprese) la necessità di organizzare all'estero mostre dell'arte italiana concepite come pura propaganda culturale nazionalista: senza alcun nesso con la ricerca scientifica, e con una certa noncuranza verso l'incolumità fisica e il retto uso intellettuale delle opere stesse. Naturalmente sono moltissime le prese di posizione di Ragghianti che appaiono, invece, ancora oggi importanti e pienamente condivisibili: dalla continua e penetrante attenzione ai problemi urbanistici (che oggi gli storici dell'arte non sentono neanche più parte della loro disciplina), all'impegno per singoli interventi (per esempio in favore di Firenze colpita dall'alluvione del 1966), alla (inascoltata) perorazione per l'introduzione di agevolazioni fiscali capaci di far decollare anche in Italia un vero mecenatismo privato verso il patrimonio pubblico. Ma il merito più importante di questo libro è ricordare che «l'impegno diretto per l'amministrazione del patrimonio culturale è un dovere degli intellettuali» (Pellegrini). Un dovere avvertito da pochissimi: e da quasi nessuno degli storici dell'arte, i più disimpegnati tra gli intellettuali.