II governatore Giuseppe Scopelliti difende a spada tratta lo spot di promozione turistica della Calabria in cui i Bronzi di Riace sono ridotti a «bambole gonfiabili», come ha constatato Salvatore Settis. Proprio alludendo all'articolo di quest'ultimo sul «Quotidiano della Calabria», Gian Antonio Stella ha ieri scritto sul «Corriere»: «Guai, se un'obiezione arriva dal nord del Po. Fatta invece da un grande calabrese, chissà che la denuncia non faccia pensare...». Bisogna continuare a sperarlo, anche perché l'uso delle opere d'arte e degli artisti celebri nella pubblicità non è un problema da poco. E non penso solo al supertrash del solito, abusatissimo Leonardo che promuove surgelati o compagnie telefoniche, ma anche alla ben più grave campagna dello stesso Ministero per i Beni culturali: dai cartelloni con gli elicotteri che rapiscono l'altrettanto scontato David di Michelangelo, al Discobolo che esce dalla carta di un cioccolatino (l'occasione, incredibile dictu, era San Valentino...), fino alla sorta di Gioconda baffuta affissa in tutta Italia nell'imminenza della Festa della Donna. E non si tratta solo di folkolore demenziale, visto che la pubblicità rende impietosamente evidente l'idea fondamentale che si ha del «prodotto» che si vuol vendere. Nello spot commissionato da Scopelliti, per esempio, il messaggio (grottescamente localistico e sbagliato in tutti i sensi) è: i Bronzi di Riace sono la quintessenza della calabresità. Negli stessi giorni, tutte le stazioni italiane sono tappezzate da un manifesto che pubblicizza la Val di Fassa. Si vede un uomo di spalle che allarga le braccia come ad abbracciare le cime dolomitiche, lontane di fronte a lui. Sotto, un unico slogan: «Patrimonio dell'umanità». Ci faccia il piacere, presidente Scopelliti: prenda qualche appunto.