Salvatore Settis e la battaglia per salvare il paesaggio: una nuova coscienza ambientale contro i paradossi legislativi Da tempo va dichiarando che il paesaggio è «il grande malato d'Italia». Lo ha scritto nei suoi libri, lo ha spiegato nelle sue conferenze, lo ha denunciato ai politici. Salvatore Settis, archeologo di fama internazionale, ex direttore della Normale di Pisa, è protagonista di una strenua battaglia contro la svendita statale del patrimonio artistico e lo sfregio perpetrato sul nostro paesaggio. Per lui, che è a Napoli per una due giorni di conferenze - alla Facoltà di Architettura dell'Università di Aversa, in occasione del IX forum internazionale Le Vie dei Mercanti «S.A.V.E. Heritage» e all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici - uno dei paradossi più gravi del nostro Paese è la devastazione legalizzata di quello che un tempo è stato il giardino d'Europa, nonostante l'articolo 9 della nostra Costituzione. Un tema che ha affrontato anche nel suo ultimo libro Paesaggio costituzione cemento (Einaudi, pagg. 326, euro 19). Professor Settis, che cosa non ha funzionato in Italia, se una delle tradizioni legislative più avanzate d'Europa in tema di salvaguardia dell'ambiente, ha prodotto gli scempi e il degrado che sono sotto gli occhi di tutti? «L'articolo 9 è uno dei principi fondamentali della Costituzione. Fu scritto sulla base dell'esistenza di leggi ordinarie, in particolare quella Bottai dei 1939, a sua volta riscrittura di due leggi precedenti che erano anche le migliori in Europa sul tema della tutela: la legge Rava del 1909 sul patrimonio storico-artistico, e la legge Croce del 1922 sul paesaggio. Da allora il codice legislativo si è andato sempre più evolvendo fino ad arrivare al paradosso odierno, dove le leggi nazionali sono in contrasto con quelle regionali e quelle regionali in conflitto tra loro. Un confitto di competenze che è uno dei motivi principali di questo divorzio tra principi altissimi e pratiche pessime di scempio paesaggistico. Ciò che non funziona, in particolare, è proprio il livello regionale. Le Regioni, infatti, non hanno fatto i piani territoriali paesistici, come previsto dalla legge Galasso e hanno delegato ai Comuni, i quali a loro volta hanno svenduto il territorio». Perché questa svendita? «Per motivi economici, evidentemente. Con i tagli, i Comuni hanno ormai pochissimi introiti, tra questi gli oneri di urbanizzazione, cioè le tasse che i cittadini pagano per costruire una casa. Da quando, con la legge Bassanini, questi oneri versati dai cittadini non sono più vincolati alla realizzazione di opere di urbanizzazione, cioè strade, luce, gas, fognature, eccetera, ma possono essere usati dal Comune per qualsiasi altra spesa, ecco che il permesso per la costruzione di case viene concesso con grande generosità, anche laddove non si dovrebbe. E ci tengo a precisare che il fenomeno della cementificazione è assoluta. mente trasversale, in quanto comprende ogni colore politico». Una cementificazione legalizzata alla quale si aggiunge quella abusiva? «I due fenomeni si intrecciano continuamente. Basti pensare alle ondate di condoni che in qualche modo incoraggiano i cittadini a praticare l'abuso. Così nella prassi si afferma la priorità assoluta della dimensione economica su quella culturale, proprio il contrario di quanto previsto dalla nostra Costituzione».