Dopodomani Salvatore Settis compirà settant'anni. Non se ne sono accorti i giornali italiani, ma la Frankfurter Allgemeine, che lunedì gli ha dedicato un ritratto lusinghiero. Già, perché l'ex direttore della Scuola Normale di Pisa è uno dei non moltissimi intellettuali italiani a godere di una vera autorevolezza internazionale: già direttore del Getty Research Institute di Los Angeles, negli ultimi mesi egli si è spostato tra la Cattedra di storia dell'arte del Prado a Madrid e il Consiglio scientifico del Louvre, che presiede. E' forse per questo che lo sguardo di Settis sull'Italia ha un'obiettività ed una libertà davvero non comuni. Qualche giorno fa a Fontainebleau, Settis ha rilevato pubblicamente che nessun ministro italiano per i Beni culturali avrebbe mai potuto pronunciare un discorso come quello in cui il ministro della Cultura di Sarkozy, Frédéric Mitterand, aveva appena esaltato la funzione civile dell'arte figurativa: nonostante che si trattasse di un'occasione ufficiale - Mitterand lo aveva appena nominato ufficiale dell'Ordine delle arti e delle Lettere della Repubblica francese -, Settis non ha esitato a pronunciare in pubblico un duro giudizio politico. E questo anticonformismo in Italia fa paura: una paura che ha, per esempio, indotto l'allora ministro Sandro Bondi a cacciare Settis dalla presidenza del Consiglio superiore dei Beni culturali, e a sostituirlo con il più rassicurantemente italico Andrea Carandini. Settis fa paura soprattutto perché è capace di parlare al grande pubblico. Il suo ultimo libro («Paesaggio Costituzione Cemento», Einaudi) sta suscitando una vastissima eco: la presentazione di domani a Napoli fa parte di una serie di oltre cento incontri, non pianificati dall'editore, ma richiesti «dal basso». E a coinvolgere l'opinione pubblica non è un messaggio «televisivo», ma un libro complesso che riesce a tenere insieme le tante, diversissime competenze necessarie a parlare seriamente della tutela del paesaggio. L'arrivo di Settis a Napoli è dunque l'occasione per porgli alcune domande, proprio partendo dal tema, caldissimo, di questo ultimo libro. Se lei dovesse spiegare in due parole e ad un alieno (per esempio ad un politico italiano), perché dobbiamo salvare il paesaggio italiano, cosa gli direbbe? «Direi che abbiamo vitale bisogno di salvare il paesaggio perché esso è una parte fondamentale della memoria storica collettiva degli italiani: allo stesso modo in cui giudicheremmo terribile perdere la memoria individuale delle diverse fasi della nostra vita (e cioè le radici della nostra identità presente), così sarebbe terrificante smarrire la memoria collettiva iscritta nel paesaggio, la cui salvaguardia è una condizione essenziale per la conservazione della nostra salute fisica e mentale. Aggiungo che il paesaggio italiano è una fusione di natura, storia ed arte che non ha eguali al mondo: e che tale primato sta, da secoli, alla base dell'identità italiana così come viene percepita dagli altri popoli europei». Quali sono le condizioni essenziali perché riusciamo a salvare il paesaggio italiano? «La prima è riuscire ad armonizzare i vari livelli della legislazione sul paesaggio, ed in particolare i regimi autorizzativi. Si tratta di mettere ordine in una legislazione pletorica e farraginosa dilaniata da capillari contrasti tra il piano nazionale e i vari piani locali: una rete smagliata che va armonizzata sintonizzandola sulla frequenza fondamentale dell'articolo 9 della Costituzione». A due mesi dall'insediamento, vede qualche svolta reale tra l'operato di Giancarlo Galan e quello di Sandro Bondi? E quali sono le prime tre cose che dovrebbe fare un neo ministro per i Beni Culturali? «Galan ha tenuto un ottimo discorso di insediamento al Senato, ed ha poi fatto molte dichiarazioni interessanti (per esempio qua a Pompei): ma non mi pare che a queste dichiarazioni sia finora seguito nessun provvedimento concreto. Tra poco più di un mese il Parlamento dovrà convertire in legge un decreto in materia economica che contiene norme pericolosissime perla tutela del patrimonio architettonico del Novecento e dello stesso paesaggio: quel frangente sarà un importante banco di prova per Galan. Vedremo se è davvero in grado di tenere testa a Giulio Tremonti. Da un nuovo ministro per i Beni culturali mi aspetto soprattutto tre cose: un recupero di fondi che riporti il bilancio ai livelli precedenti al 2008: senza questo provvedimento, il Ministero di fatto non esiste. In secondo luogo, mi aspetto una deroga sostanziale al blocco delle assunzioni pubbliche: se vogliamo davvero salvare il patrimonio, occorre assumere subito non alcune centinaia, ma alcune migliaia, di archeologi e storici dell'arte, ovviamente selezionandoli esclusivamente in base al merito. Infine, mi aspetto che un ministro rilanci l'azione delle Soprintendenze, irrinunciabili terminali locali dell'azione di tutela prescritta dalla Costituzione». A suo giudizio, la dinamica potere centrale - enti locali può dunque tornare a giocare un ruolo positivo? E in che modo? «Sì, questa dinamica (nel passato, e ancora oggi, così tormentata e pericolosa) può essere un grande punto di forza: ma a patto che ciascuno torni a fare la sua parte, senza prevaricazioni e senza omissioni. Bisogna ripartire dal nuovo Codice dei Beni culturali, applicandolo: la legge c'è, ed è una buona legge, oltretutto firmata da ministri di tutte le parti politiche (Urbani, Buttiglione, Rutelli): ora occorre farla funzionare». Facciamo un po' di autocritica. Gli storici dell'arte e gli archeologi giocano un ruolo adeguato nella battaglia per l'ambiente contro il degrado civile? «No, sono davvero troppo pochi quelli che si assumono responsabilità, o anche semplicemente si informano, circa il governo del patrimonio storico e artistico. E questo è un fatto davvero molto preoccupante, anche perché certifica una visione, ormai dominante, per la quale la storia dell'arte viene percepita come evasione, e non come conoscenza e impegno per il reale. Esiste il dovere civile di porre la propria scienza al servizio di tutti: un medico lo fa curando i malati, uno storico dell'arte lo deve fare curandosi del patrimonio». E l'università? «L'università italiana dimostra una pericolosa tendenza autoreferenziale: i professori appaiono molto preoccupati dalla riforma Gelmini, ma molto meno solleciti della formazione di nuovi umanisti capaci di tutelare davvero il patrimonio. Prevale un'ottica di bottega focalizzata sul numero degli iscritti e dei crediti, e non sulla qualità della formazione; su una presunta "profesionalizzazione" e non sulla funzione civile delle scienze umane. Nel degrado del paesaggio chi ha fatto peggio, il Nord o il Sud? «È davvero una ignobile gara: e non si riesce a decidere chi può vincerla. I disastri della mia Calabria non sono molto lontani da quelli della Liguria, e una triste unità negativa congiunge il Veneto e la Sicilia. La differenza principale è che al Sud le leggi si violano senza complimenti, al Nord si tende a trasformarle, ammorbidirle o interpretarle ad personam, o secondo le convenienze di singole aziende o di lobbies del cemento». Il sindaco Angelo Vassallo è l'eroe di questa azione popolare per il paesaggio. E' un caso che il primo martire della vera e propria battaglia per la salvezza dell'ambiente culturale ci sia stato al Sud, e in Campania? «Non è certo un caso: questo autentico martire è caduto al Sud perché al Sud è più evidente un fatto nazionale (e anzi sovranazionale, come ci ricorda Roberto Saviano): e cioè che nell'edilizia si investono e si riciclano denari sporchi che appartengono a circuiti mafiosi particolarmente pericolosi. Per questo proteggere l'ambiente può costare la vita». La Dea di Morgantina e i Bronzi di Riace: possibilità di riscatto culturale ma anche economico-turistico per il Sud, o solo occasioni di equivoco e ulteriore degrado morale? «L'uso improprio dei Bronzi è vergognoso. Il sindaco di Reggio ha detto che le due statue sono maestosi testimoni della tradizione magnogreca di cui i calabresi sarebbero gelosi custodi: ebbene, dopo aver visto lo spot della Regione in cui i due Bronzi sono abusati come testimonial turistici, e ridotti al livello di bambole gonfiabili, viene davvero da chiedersi se la Calabria (o almeno i pollici calabresi) siano capaci anche solo di rendersi conto dell'importanza del loro patrimonio artistico». L'esperienza Hewlett Packard di Ercolano può essere un modello positivo di contributo privato alla gestione di vaste aree archeologiche pubbliche? «Sì, a patto che lo Stato faccia la sua parte: il ruolo dei privati non può mai essere una supplenza. Deve essere piuttosto uno stimolo: in quel caso i capitali e le idee private devono essere assolutamente benvenuti». Secondo lei è morale venire a Napoli per vedere una mostra, mentre il patrimonio (per esempio, la Napoli sacra) letteralmente cade a pezzi, tra furti camorristici e incuria? Ha senso mettere gli eventi in concorrenza con i monumenti? «No, in nessuna altra città italiana il rapporto tra patrimonio esistente e patrimonio messo in sicurezza e visibile è così svantaggioso: per tutti gli attori culturali napoletani (dall'università alla politica, dalla soprintendenza alla curia) la priorità deve assolutamente essere il recupero del patrimonio "in sonno", o meglio in stato di abbandono. Insomma, meno eventi e più monumenti». Siamo alla vigilia della consultazione referendaria. Ho proposto proprio sulle pagine del «Corriere del Mezzogiorno» che nella costituenda giunta comunale di Napoli ad occuparsi del patrimonio non sia l'assessore alla Cultura, ma quello ai Beni comuni. Cosa ne pensa? «Mi pare una proposta molto interessante. Proviamo a radicalizzarla: in quella repubblica bene ordinata in cui ancora non dispero di poter un giorno vivere, vorrei che il Ministero dell'Ambiente e quello dei Beni culturali si fondessero in unico organismo di governo. E, se questo non toglie funzionalità al governo cittadino, sarebbe utilissimo poter sperimentare qualcosa del genere in una città dell'importanza di Napoli. L'orizzonte futuro è proprio questo: il paesaggio (inteso come ambiente secolarmente plasmato dalla cultura e dalla storia) va curato e governato come un essenziale bene comune, un bene che è il vero fondamento storico, civile e costituzionale sul quale poggia il nostro essere italiani». Oggi e domani All'Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli Salvatore Settis sarà presente per due iniziative Oggi alle ore 18, nell'ambito di una serie di incontri promossi dalla Società degli Studi Politici, Settis parlerà sul tema Benedetto Croce e la tutela del paesaggio. Un esempio di buon governo. Domani alle 15.30 sarà presentato il suo volume -Paesaggio, Costituzione, cemento. La battaglia per l'ambiente contro il degrado civile. Interverranno Nino Daniele, Francesco De Sanctis, Antonio Di Gennaro, Natalino Irti, Gerardo Marotta e Francesco Erbani. E stamane (dalle 9 in poi), Settis terrà una lectio magistralis su -La Tutela del Paesaggio nella Costituzione italiana-, che aprirà il IX Forum Internazionale di Studi "Le Vie dei Mercanti" ospitato dalla facoltà di Architettura Luigi Vanvitelli della Seconda Università di Napoli (Aversa) e che avrà come tenia «S.A.V.E. Heritage- (Safeguard of Architectural, Visual, Environmental Heritage). Il seminario sarà presieduto da Carmine Gambardella, preside della facoltà di Architettura della Sun Luigi Vanvitelli e presidente del Benecon, (centro di competenza regionale sui beni culturali). Il Forum vedrà nella sua prima giornata anche gli interventi del rettore della Sun Francesco Rossi, di Maria Grazia Quieti e Lucio Alberto Savoia.