TRENTO L'intervento di Pietro Citati sul Corriere della Sera di ieri contro l'abbattimento del carcere di Trento incassa il plauso di Fai e Italia nostra. «E' stato uno schiaffo alla cultura trentina da parte di quella nazionale» dice Giovanna degli Avancini. «Citati venga a vedere, cambierà idea» risponde invece il governatore Lorenzo Dellai. TRENTO Fai e Italia nostra accolgono con favore l'intervento di Pietro Citati (Corriere della Sera di ieri) contro il progetto di abbattere le carceri di origine asburgica di via Pilati a Trento. «E' stato uno schiaffo alla cultura trentina da parte di quella nazionale» commenta Giovanna degli Avancini, presidente del Fai trentino. «Un ottimo spunto di riflessione» afferma Salvatore Ferrari, vicepresidente di Italia nostra in provincia. Entrambi contano sugli sviluppi sul fronte giudiziario. La battaglia è duplice: c'è il ricorso in Consiglio di Stato (presentato dal Fondo ambiente italiano) e l'esposto alla Procura. In quest'ultimo caso l'associazione ambientalista ha depositato sabato scorso l'opposizione alla richiesta di archiviazione del pm. «Ben venga l'intervento di Citati esclama degli Avancini . È più importante di qualunque altra battaglia per far riflettere su un problema così grave come il progetto di demolizione delle carceri». Sul Corriere la decisione della Provincia di Trento di abbattere una parte del complesso giudiziario e penale viene definita «uno smacco a Francesco Giuseppe». Secondo lo scrittore e critico letterario si tratta di un atto in contrasto con la concezione che ha ispirato l'opera. Tribunale, carcere e chiesa (o cappella) uno accanto all'altro perché «parte di un disegno unico». La struttura inaugurata nel 1881 dall'imperatore va quindi, secondo lo scrittore, in linea con il Fai, conservata e restaurata senza tagli e demolizioni così come nata dal progetto unitario di Karl Schaden. «Mi dispiace prosegue l'esponente del Fai che su questo argomento la Provincia stia percorrendo la via della totale chiusura culturale. Mostrano di non capire che tutto nasce da un errore. Nel 1993 il direttore del carcere aveva chiesto di poter fare dei piccoli lavori all'interno, tra cui la sistemazione di alcune docce. Per permettere l'esecuzione dei lavori la commissione che se ne interessò dichiarò le carceri prive di valore storico-culturale. Ma nessuno dei componenti pensava in quel momento che si sarebbe arrivati alla demolizione». Il Fai conta sulla raccolta firme (a quota 6.200 adesioni, compresa quella del giudice costituzionale Paolo Grossi) e sul ricorso al Consiglio di Stato depositato dopo il parere favorevole alla Provincia dato dal Tar. «Questa ricorda è assieme all'iniziativa per Castel Marino in Piemonte l'unica causa in corso promossa dal fondo». Segno della gravità della situazione a detta della fondazione che, lascia intendere l'esponente trentina, non ricorre con leggerezza allo strumento giudiziario. Confida nella giustizia anche Italia nostra: «Riguardo all'esposto presentato in Procura, siamo convinti che il caso non vada chiuso» dice Ferrari. L'inizio dei lavori perla cittadella non sarebbe scontato: «La Procura continua ha comunque rilevato che manca la verifica sull'interesse culturale prevista dal Codice dei beni culturali. L'edificio non è quindi svincolato. Vedremo come risponderà la Provincia». Ferrari è certo che «la verità verrà a galla». Cruciale l'intervento di Citati: «Ha confermato la sua condivisione alla nostra battaglia avendo il merito di saper inserire l'episodio nella storia culturale delle province che hanno fatto parte dell'impero asburgico. Ma dove non smuoverà Citati conclude arriverà la giustizia».