Una beffa. Nell'anno degli abbattimenti, sulla Campania è precipitata una nuova valanga di cemento: seimila case abusive in tutta la regione costruite nell'ultimo anno, e la cementificazione di aree grandi quanto 180 campi di calcio. Nell'anno della denuncia del sacco, fatta da Salvatore Settis nel suo saggio «Paesaggio, costituzione, cemento», il presidente regionale di Legambiente, Michele Buonomo, punta il dito contro «diciassette anni di mattanza ambientale, di un virus che si modifica anno dopo anno, cambia strategia di diffusione e spesso diventa invisibile agli anticorpi ma che avvelena il nostro territorio, inquina e distorce l'economia e mette in pericolo la salute delle persone, uccidendo in maniera improvvisa e brutale o più sottilmente a distanza di tempo». E coglie l'occasione della pubblicazione del rapporto annuale sullo stato dell'ambiente in Italia per chidere, prioritariamente e con urgenza, l'impegno «sulla bonifica dell'area del litorale domizio-flegreo e dell'Agro Aversano, tra la terra dei fuochi in provincia di Napoli e quella di Caserta». Nel rapporto di Legambiente sono contenute anche le possibili ricette per una rivalutazione dell'ambiente, del paesaggio, del territorio. Risposte organiche anche all'abusivismo edilizio. «Il federalismo, e il bisogno di monetizzare - è segnalato nella relazione - i servizi espressi dagli enti locali, dovevano fare la differenza, cioè favorire l'emersione dell'abusivismo già realizzato ed essere di monito per disincentivare quello nuovo; ma per adesso i segnali non sono decisivi e la completa utilizzazione di tale base impositiva sembra rinviata a data da destinarsi». Ma la possibilità di intervento c'è, anche grazie alle tecnologie avanzate: «Dalla fotoidentificazione al lavoro sistematico dell'Agenzia del territorio, che permettono l'identificazione delle particelle catastali con "fabbricati fantasma" (edifici, ampliamenti o trasformazioni edilizie difformi da quanto dichiarato)». Ma è necessario facilitare «l'intervento sull'esistente perché da un lato demotiva, almeno parzialmente, l'intervento abusivo e, dall'altro, combatte il "nuovo abusivismo territoriale" ovvero il consumo di superfici a macchia d'olio, anche definito sprawl, che distrugge beni ambientali irriproducibili e a volte lo fa anche in spregio del rischio idrogeologico». Un rischio, testimoniato dalle sempre più frequenti frane disastrose, che coinvolge quasi il 60 per cento dei comuni italiani, con un «rischio molto elevato» o «elevato». La risposta? Per Legambiente, quella «più razionale appare dunque la rinaturalizzazione delle aree urbane ricreando livelli di vivibilità accettabili, favorendo l'abbattimento degli edifici degradati e energeticamente obsoleti, ricostruendoli, ove ragionevole anche con densificazione volumetrica». Per Legambiente, la strada da seguire è quella già percorsa da Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano in provincia di Milano, primo e finora unico comune a crescita zero d'Italia. «Un comune - conclude il rapporto - che, in un contesto iper-edificato e iper-cementificato come quello lombardo, ha deciso di anteporre il benessere dei suoi cittadini e del suo territorio attraverso un piano regolatore che non prevede nuovo consumo di territorio: nessuna nuova espansione urbanistica ma recupero dell'esistente. Un luogo dove non c'è spazio per le grandi imprese immobiliari ma a dimensione dei piccoli artigiani». r.cap.