Una discarica di detriti nel tunnel Quattro Giornate Resti di cibo dei ristoranti ovunque Il tunnel che collega il quartiere Chiaia con Fuorigrotta misurerà 800 metri, e per l80 per cento il suo lato destro è invaso da sacchi di calcinacci, vecchie porte, tramezzi in finto marmo, lavabi e sanitari, divani e poltrone, sedie dufficio, infissi di antiche case, un centinaio di bombolette di pittura spray, e la passerella delle violazioni di imprese edilizie termina con un frigorifero: un abitante che per gli ingombranti si è adeguato allinadempienza degli altri ampiamente dimostrata e impunita nel tunnel. Più dei cittadini, come si può notare, ne possono i fruitori di secondo livello: ditte, imprese e soprattutto il mondo del commercio. Qualcuno dovrebbe pur dire a McDonalds dove sversare, se non nel bel mezzo di piazza Garibaldi. Lì, tra valanghe di indumenti e scarpe spaiate, i sacchi neri del fast food sono stati aperti da qualcuno in cerca di resti commestibili. Con i quali banchettano i colombi. Non ce la sentiamo di bacchettarli: tanti altri sindaci hanno multato chi gli dava briciole, perciò ora sono ridotti a beccare cannibalescamente tra i resti di ali di pollo e patatine. Meno male che unauto dei vigili sorveglia la zona per impedire gli improvvisati mercatini dei Rom che rovistano nei cassonetti. Chi esce dalla stazione vede il tappeto di immondizie ai piedi di Garibaldi (foto grande). E anche un anziano che fa pipì sul paesaggio con rovine e un signore con sacco blu che fa incetta del riciclabile. Stessa sorte per chi esce dallaeroporto: un totem pubblicitario dato alle fiamme, aiuole dove la potestà dellUfficio Giardini evidentemente non arriva, salvate solo dal miracolo degli oleandri, e poi rifiuti stantii schiacciati dalle macchine in corsa, bagnati dagli acquazzoni e seccati e riposizionati da calura e vento di intere settimane. Sotto i platani dei Salesiani di via don Bosco, dove un paio di ragazzini rifanno lesperienza del lungo pomeriggio di "Azzurro", un deposito perenne di imballaggi di negozi aspetta la pioggia per dissolversi. Lo stesso, proprio davanti al Dipartimento provinciale dellArpac, acronimo di Agenzia regionale per la protezione ambientale, dove sui tabelloni elettorali de Magistris e Lettieri si danno ancora battaglia, come se il tempo non fosse passato. Ci si sorprende a soppesare i quintali di avanzi: pochi, perché abbiamo visto di peggio. A usare metri di paragone: se gli alberi dei Ponti Rossi sono sommersi a metà tronco, anche in via Toledo ci sono cumuli alti. E al momento non è così. Un "rifiutometro" che funziona proprio come il misuratore della piena del Nilo al tempo degli Egizi. Certo, ma la normalità non è questa. E neppure lo sono i pestiferi bidoni dei ristoranti di cozze di via Foria, o le fogne intasate di via dei Fiorentini. O i sacchi di resti di potatura abbandonati davanti allAlbergo dei Poveri e in via Vespucci. Non è regolare che un cittadino debba reclamare due volte - con due diversi numeri di codice da annotare da qualche parte - in attesa che lAsìa svuoti i bidoni della carta. Sembra unaltra storia, invece è sempre la stessa. «Napoli - dice Paolo Rabitti, esperto della materia, consulente delle Procure e autore del saggio più documentato sul tema, "Ecoballe" - si salva solo se parte subito la differenziata. Per fare un inceneritore ci vogliono molti anni, minimo altri tre. Intanto, se si vuole partire in tempi molto brevi, non si può contare solo su quello». Qualcuno lo ascolterà?