A GIAN Lorenzo Bernini Roma deve un gran numero di capolavori architettonici e scultorei, che rievocano la sua personalità artistica espressa nel trionfo del Barocco, secondo uno stile spettacolare e declamatorio che ancora oggi esalta la città. Ma al grande artista fanno riferimento anche quattro palazzi come luoghi di abitazione e studio artistico, rimasti in piedi a memoria della sua vita privata e della realizzazione di alcune sue sculture. Il più antico è in via Liberiana, nel rione Monti, al civico 24, in un edificio ad angolo con via Santa Maria Maggiore; era stato costruito dal padre, Pietro Bernini, che qui abitò con lui dal 1606 al 1642: lo ricorda una targa apposta dal Comune il 28 novembre 1968. Il pianterreno del palazzo era utilizzato per realizzare opere di scultura; e qui Pietro Bernini tra il 1627 e il 1629 realizzò la struttura portante della Fontana della Barcaccia per piazza di Spagna, ovvero quella fontana a forma di barcone che affonda, per ricordare - come dice la tradizione - una barca che, a causa dell' esondazione del Tevere, nel Natale del 1598, era stata qui ritrovata. In realtà l' artista risolse in questo modo un problema tecnico: la pressione idrica era troppo debole per fare una fontana più alta. Il giovane Gian Lorenzo in questo palazzo ha realizzato tre opere scultoree, tutte commissionate dal cardinale Scipione Borghese e ora esposte alla Galleria Borghese di Roma. La prima fu Il ratto di Proserpina, eseguita tra il 1621 e il 1622; la seconda fu il David, scolpita tra il 1623 e il 1624, e la terza l' Apollo e Dafne, eseguita tra il 1624 e il 1625. Tutte accreditarono l' artista presso il cardinale Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII, che per la terza statua compose un distico dedicato al gruppo da esporre sul basamento: «Il Piacer dopo il quale corriamo o non si giunge mai, o quando si giunga ci riesce amaro nel gustarl». In via della Mercede, sul fianco destro della strada, in direzione di piazza San Silvestro, è il secondo palazzo, costituito da un lungo complesso edilizio articolato in realtà in due palazzi, tra le vie della Vite, di Propaganda e Mario de' Fiori. Originariamente proprietà della marchesa Fulvia Naro, fu da questa nobildonna venduto nel 1641 al padre di Gian Lorenzo, che si trasferì qui con la famiglia dalla casa di via Liberiana; e qui Gian Lorenzo visse fino alla morte. Il primo palazzo al civico 11, caratterizzato da un portale seicentesco con bugne a raggiera, è stato infatti l' abitazione della famiglia Bernini e poi del solo Gian Lorenzo; il maestro utilizzò come studio il pian terreno e il vasto cortile, assai utile per la realizzazione delle grandi statue, mentre al primo piano, al quale conduce uno splendido scalone e oggi è occupato dallo Studio Internazionale, un' associazione di avvocati commercialisti, si trovavano la residenza personale e la sala delle scenografie teatrali. In quest' ultima, spicca un ampio affresco, di attribuzione incerta, rappresentante Giove che visita la fucina di Vulcano a cavallo di un' aquila; nel corridoio di accesso alla sala spiccano due lunette di epoca seicentesca, delle quali non è certa l' attribuzione a Gian Lorenzo Bernini. La prima raffigura i Magistrati Comunali di Lione che consegnano le chiavi della città all' artista, in occasione della sua visita in quella città nel maggio 1665. La seconda, rivolta verso chi usciva dal palazzo, raffigura Bernini in ginocchio davanti a Urbano VIII al portone del palazzo, e quindi in visita all' artista. E va segnalato che nel palazzo ha soggiornato il famoso romanziere scozzese Walter Scott nel 1830. L' edificio di via della Mercede 12A è contiguo al precedente, ma ha subito un restauro ottocentesco che ha trasformato, in parte, la linea seicentesca. Sviluppa su quattro piani, divisi da cornici, con finestre architravate ai primi due piani e incorniciate al terzo. Il portale a bugne piatte è sovrastato da un balcone con balaustra, affiancato da due finestre con inferriate e finestrelle sottostanti. In fondo al piccolo atrio è la cosiddetta Fontana dell' Estate, formata da una nicchia entro il muro dell' edificio, con il catino a valva di conchiglia; ai lati sono due delfini e all' interno della nicchia è una figura femminile che simboleggia l' estate. Ha una tunica fermata alla vita e ha le braccia scoperte, in una delle quali è un fascio di spighe, mentre un altro fascio è sostenuto sul capo dall' altra mano. La facciata è ornata da un busto scolpito da Ettore Ferrari nel 1898 e da una lapide comunale che ricorda che «Qui visse e morì Gian Lorenzo Bernini sovrano dell' arte al quale si chinarono reverenti papi, principi, popoli. Il comitato per le onoranze centenarie col concorso del Comune pose. VII dic. MDCCCXCVIII». L' iscrizione, dettata dall' artista Domenico Gnoli, indica peraltro erroneamente che in questo edificio visse e morì l' artista, mentre in realtà andava collocata al numero 11, dove appunto Gian Lorenzo morì nel 1680, avendo trascorso gli ultimi anni turbato da calunnie e persino da un processo per alcune crepe che si erano aperte nei pilastri della basilica di San Pietro. Il palazzo al 12A era infatti completamente utilizzato dall' artista come studio e deposito di sculture. Tanto che qui rimasero fino al 1729 due Angeli scolpiti per Ponte Sant' Angelo, che il papa Clemente IX voleva invece portare nella sua città, Pistoia, non riuscendoa farloa causa della morte, e che pertanto furono requisiti dall' artista a completamento del pagamento di tutta l' opera; e il nipote Prospero li regalò alla chiesa di Sant' Andrea delle Fratte, dove ancora si trovano. E fino al 1878 rimase qui anche la statua Il Tempo che svela la Verità, attualmente alla Galleria Borghese. Questo palazzo sorge a fronte del c o m p l e s s o e d i l i z i o di Propaganda Fide e la vicinanza dei due edifici fu causa di uno scontro tra il Bernini e il Borromini, che lavorava al rinnovo del palazzo della Congregazione delle Missioni, essendo riuscito a togliere l' incarico all' odiato Bernini. Borromini, per esprimere la sua soddisfazione e suscitare l' invidia di Bernini, fece lavorare una notte intera i suoi muratori per ornare la finestra d' angolo dell' edificio di Propaganda con due enormi orecchie d' asino, allusive all' incapacità artistica del Bernini. Questi si vendicò: la notte seguente scalpellò personalmente un mensolone del cornicione del suo palazzo dandogli la forma inequivocabile di un pene. Compì una specie di scongiuro, ma anche un gesto di disprezzo nei confronti dell' odiato nemico. Orecchie e pene rimasero a lungo come ornamento dei due palazzi, simbolo di una sfida artistica, finché ogni insegna non venne «sformata per decenza», secondo l' indicazione di una guida turistica d' epoca. Un quarto palazzo è su via del Corso, con ingresso in via Borgognona 47, segnalato come Palazzo Bernini Manfroni. Lo ha costruito Gian Lorenzo verso il 1645, ma nel 1676, quattro anni prima della sua morte, lo ha venduto ai Manfroni. Che sono una famiglia di origine romagnola scesaa Roma al seguito di un Giovanni Battista, erede di un fidecommesso del monsignor Perseo Caracci, con tanto di titolo comitale, nonché di priore nel 1698. I suoi discendenti vi hanno abitato fino all' estinzione della famiglia nel 1812, anno in cui i Bernini lo hanno riacquistato. Ridivenuto proprietà Bernini l' edificio è stato ristrutturato e ha subito una notevole trasformazione, con una asimmetrica sopraelevazione e tanto di terrazzo, che probabilmente Gian Lorenzo non avrebbe approvato. Lungo il Corso ha una lunga facciata di nove finestre per piano; le varie porte degli ambienti al pianterreno sono incorniciate, come pure le finestre quadrate dell' ammezzato, mentre quelle del piano nobile sulla fascia marcapiano sono architravate e tre hanno i balconcini. Ricco il cornicione con rose alternate a mensole. L' edificio svolta su via Frattina e quindi apre su via Borgognona con un portale arcuato con rosta e una facciata che sviluppa tre finestre per piano tra due cantonali a bugne. Gli si appoggia un corpo di fabbrica consistente in soli due piani di due finestre ciascuno, con una serie di botteghe sovrastate da un terrazzo, affiorante su un altro corpo di fabbrica di due piani con tre finestre ciascuno e una sopraelevazione. Ed è proprio in questa struttura di supporto che il palazzo tradisce l' impronta originaria berniniana, che era all' insegna di una armonica semplicità.