Immaginate di trovarvi in un grande magazzino dove vi viene chiesto di prelevare solo opere d'arte. Inizialmente vi dirigete verso statue e dipinti, libri di letteratura. Ma, a una riflessione più attenta, vi chiederete come comportarvi con l'artigianato etnico, con l'arredamento di design o con il brano jazz che viene eseguito dal sassofonista sulla terrazza. Dovrete per forza rispondere a una serie di quesiti filosofici. Cosa è e cosa non è arte? Il design è arte? E, in senso più generale, tutte le opere d'arte sono oggetti? Ciò sembra non valere per la performance musicale. L'esperimento mentale, ideato dall'analitico William E. Kennick, è il provocatorio filo conduttore del trattato intitolato all'Estetica dal filosofo romano Paolo D'Angelo. Non è cosa facile rendere conto del l'estetica, disciplina che, a quasi trecento anni dalla sua fondazione, continua ad avere uno statuto epistemologico quanto mai incerto. Tanto più che di arte, bellezza e gusto si discute da più di duemila anni. D'Angelo, con erudizione e metodo, fa un po' d'ordine e mette alla prova una serie di idee-chiave: l'estetica come filosofia della percezione, come filosofia dell'arte, come teoria della bellezza, come teoria dell'esperienza, come filosofia della storia dell'arte. La pars destruens del saggio muove dalla considerazione che la finalità dell'estetica non può essere la definizione dell'arte, e argomenta contro le principali tesi della filosofia analitica. Si dirige quindi verso la seconda dimostrazione: è necessario operare una netta distinzione tra proprietà estetiche in quanto tali e proprietà semplicemente sensibili. Per dire che un fiore è bianco (proprietà sensibile) basta avere gli occhi. Ma se diciamo, di quel fiore, che è di un bianco "virginale", allora attribuiamo a esso una proprietà estetica. Le proprietà estetiche, a dispetto dell'etimologia (estetica, aisthesis: percezione) e di quanti considerano l'estetica solamente una teoria della percezione, non coincidono con le proprietà sensibili, pur essendovi spesso legate. Quando, poi, attribuiamo una proprietà estetica a un qualsiasi oggetto esprimiamo la nostra soggettività; compiamo dunque una inevitabile scelta di natura valutativa, di gusto che, per quanto speriamo sia condivisa da altri, non sempre lo è. Nella pars construens, le argomentazioni di D'Angelo, che offrono una lettura trasversale dell'intera storia dell'estetica, ruotano intorno al concetto di esperienza estetica. Alla luce dell'esperienza estetica e in netto contrasto con le varie ontologie dell'arte parlare della fruizione delle opere d'arte come di meri oggetti è assai riduttivo. Inoltre, non ha senso limitare l'esperienza estetica alla sola arte, perché possiamo attribuire proprietà estetiche anche a un paesaggio naturale. E nemmeno ha senso parlare di bellezza, il più fuorviante dei luoghi comuni sull'estetica: perché la qualità di un'esperienza provata di fronte a un fatto naturale o artistico non dipende né dal bello né dal brutto, ma dal nostro sentirci appagati. L'esperienza estetica è, infatti, un evento che scaturisce dalla relazione tra una soggettività e un oggetto estetico, sia esso una sinfonia di Mahler, un tramonto o un film horror. Perciò è più corretto usare la voce «apprezzamento» invece di «piacere» estetico per definire il nostro sentire l'arte. Quanto all'arte, essa crea un duplicato di esperienza, a uso e consumo dell'immaginazione: ci coinvolge cognitivamente ed emotivamente, benché le conoscenze e le emozioni immaginative siano diverse da quelle reali. Tale attitudine estetica persegue, sin dai tempi dei graffiti rupestri, lo scopo evolutivo di insegnarci a vivere simulando la vita stessa. È arrivato il momento di abbandonare le nichilistiche profezie sulla fine dell'arte. E anche di cessare di considerare l'arte, romanticamente, un'eccezionale rivelatrice di verità metafisiche. L'arte tale è la ragionevole conclusione di questo libro necessario è, semplicemente, quel che è: «Una forma di arricchimento, intensificazione e ampliamento del l'esperienza comune».
L'esperienza che chiamiamo arte
Il filosofo Paolo D'Angelo esamina l'estetica, disciplina che studia arte, bellezza e gusto. Il suo trattato, intitolato "Estetica", mette alla prova idee-chiave sulla filosofia dell'arte e della percezione. D'Angelo sostiene che le proprietà estetiche non coincidono con le proprietà sensibili e che attribuire proprietà estetiche a un oggetto esprime la soggettività. L'esperienza estetica è un evento che scaturisce dalla relazione tra una soggettività e un oggetto estetico. D'Angelo sostiene che l'arte crea un duplicato di esperienza, coinvolgendo cognitivamente ed emotivamente l'immaginazione.
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