Sotto il mare il tesoro perduto Tra Capri e Capo di Sorrento i sub archeologi trovano i resti di due naufragi dell'antichità Anfore romane. Proprio di fronte all'isola di Capri, nella zona di mare posta a circa un miglio e mezzo dalle «bocche piccole» e a una profondità compresa tra centocinquanta e duecento metri. Sono migliaia. Un grande e prezioso cimitero archeologico sommerso. Anzi, due. Le hanno trovate i subacquei del Gruppo di archeologia subacquea della Ras (Restoring Ancient Stabiae) guidati da Ugo Di Capua, nei corso della campagna di indagine dei fondali sviluppatasi tra il 2010 e quest'anno. Le esplorazioni, che sono state condotte da Ras con il sostegno di Aurora Trust Foundation e la supervisione del Gruppo di archeologia subacquea della Soprintendenza archeologica speciale di Napoli e Pompei, coordinato dall'archeologo Paolo Caputo, hanno interessato una fascia costiera di circa cinquanta chilometri quadrati. In quest'area, dunque, sono stati rinvenuti i due grossi accumuli di contenitori. Testimonianze di una tragedia antica di duemila e passa anni. Là, in quel tratto di mare compreso tra Capo di Sorrento e Capri, in due momenti diversi, tra il I e il II secolo avanti Cristo, due imbarcazioni affondarono con il loro carico di uomini e merci. Trasportavano vino, quasi certamente facevano la spola tra Sorrento e Capri. Gli esperti non ritengono possibile che si trattasse di navi da trasporto a lunga percorrenza o dirette al porto di Pozzuoli perché il naviglio che seguiva tale tipo di rotta, in genere, circumnavigava l'isola all'esterno. Le anfore rinvenute sono classificate dagli archeologi come del tipo «lamboglia», ovvero hanno corpo ovoidale di circa un metro e venti di altezza, hanno le anse applicate sotto l'orlo, e nell'antichità erano impiegate per il trasporto di liquidi, in particolare vino. Insomma, quel tipo di contenitore è tipico dell'area mediterranea e per l'uso principale che se ne faceva viene denominata, appunto, «vinaria». «In quel tratto di mare - sottolinea Di Capua - le correnti sottomarine sono molto forti: chi nell'antichità si imbatteva in un fortunale, difficilmente trovava scampo». Fu dunque una tempesta marina a far affondare i due legni. Del primo, le uniche tracce rimaste sono appunto le anfore, disperse su una superficie di circa 70 metri quadrati. In quel caso gli archeologi ritengono che la tempesta, il vento e le onde abbiano letteralmente capovolto e colato a picco il natante. L'ipotesi di lavoro è sostenuta dal fatto che le anfore sono sparse sul letto di sabbia. Una eventualità che si verifica allorché la barca si capovolge e la parte legnosa della chiglia, che si degrada per opera degli organismi animali e vegetali, viene dispersa dalle correnti sottomarine. Non così nel caso dell'altro accumulo: alto due metri e venti, largo sei metri e lungo circa diciassette metri. Le anfore ritrovate, circa seimila, difatti, non risultano disperse ma accatastate perfettamente. «Questo - continua Di Capua - fa ipotizzare che l'affondamento sia avvenuto senza ribaltamento: il relitto si insabbia sotto il peso delle anfore e la parte sommersa rimane protetta dalla sabbia per migliaia di anni». Vale a dire che quando si deciderà di approfondire le indagini si potrebbe ritrovare ancora integra una consistente parte dello scafo, e individuarne la provenienza dalle caratteristiche di costruzione. Qualcuna delle anfore risulta ancora sigillata per cui se in futuro si provvederà a recuperarle è possibile che alloro interno si conservino ancora residui di quanto contenuto. Con l'analisi del Dna si potrebbe, poi, risalire al tipo di vino che era trasportato, alle sue caratteristiche e alla località di provenienza. Tuttavia non sono solo le anfore gli elementi importanti del rinvenimento. Il relitto è ancora più importante perché si sono trovati moltissimi pani di metallo, forse piombo. Lunghi circa due metri per trenta centimetri di spessore, e con il peso che arriva a circa tre quintali, presentano dei bolli (sono i marchi di costruzione) sulle superfici. «Riteniamo - riprende Di Capua - si tratti di piombo, non sappiamo se usato per stabilizzare i natanti oppure da utilizzare in commercio per specifiche destinazioni. Accertare l'esatta tipologia del metallo e il suo impiego sarà uno degli obiettivi della prossima campagna subacquea». Quei vini pompeiani che approdavano in Gallia La produzione vesuviana era apprezzata e famosa in tutto l'impero romano La terra del vino, la Campania Felix di duemila anni fa. E, ancor più l'area vesuviana. Il territorio, difatti, per la sua conformazione e per la fertilità derivatagli dal vulcano contribuiva alla crescita ottimale di grappoli d'uva dai chicchi dolci come il miele. E dai porti campani partivano le navi da trasporto con migliaia di anfore impilate le une sulle altre dirette verso i più remoti avamposti dell'impero romano. Si muovevano lungo le rotte commerciali mediterranee, facendo scalo nei porti siciliani, se diretti in Africa, a Cartagine; in quelli della Sardegna, se diretti in Spagna; a Marsiglia, se la bevanda doveva arrivare nella Gallia Narbonense (anfore con bolli pompeiani sono state trovate a Tolosa, Bordeaux, Narbonne) o in Germania. Ma quali erano i vitigni che si riproducevano nelle centinaia di fattorie che, fuori dalle mura di Pompei, si stendevano sin quasi alla bocca del Vesuvio? Tra i più coltivati c'era la «Murgentina», originaria della zona di Morgantina, in Sicilia, che a Pompei ebbe uno sviluppo talmente importante da essere rinominata «Pompeiana». Altra varietà era l'«Holconia» che dalla Campania si diffuse anche in Etruria. E il vino pompeiano era talmente famoso che Plinio il Vecchio, nel ricordarne l'importanza, puntualizzava che il massimo della bontà la bevanda la raggiungeva nell'arco di dieci anni. Unica controindicazione, non bisognava abusarne, pena alcune ore di terribile mal di testa. A Sorrento, sul suo territorio, si produceva il «Surrentinum». A volte il vino prendeva il nome del produttore come nel caso dell'«Arrianum», perché l'uva proveniva dai vigneti di Arrio Secondo. Oppure «Asinianum», nel caso che a produrlo e venderlo fosse Asinio Proculo, che vendeva anche l'«Asiniano racemato», una sorta di vino doc dell'epoca. Un altro tipo di vino molto diffuso era la «Lympa vesuviana», un vino rosso che come tutti gli altri non veniva consumato puro ma annacquato per circa due terzi e bevuto nelle ore pomeridiane. Non mancavano vini aromatizzati con fiori, come rose (Rosatum) o viole (Violatum), resina di pino o con miele. Quest'ultimo vino, chiamato «Melsum» era anche usato come medicinale. E questo senza dimenticare il Falerno prodotto nella Campania settentrionale, tra le odierne Mondragone e Sessa Aurunca, a proposito del quale Petronio Arbitro, descrivendo la cena puteolana di Trimalcione, nel «Satyricon» racconta che gli haustores (gli antichi sommelier) servirono un Falerno vecchio di cento anni.